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Uranio e petrolio, ecco perchè i francesi tengono così tanto al Mali

14 Feb

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Impedire il dilagare del jihadismo nel Sahel, arginare l’offensiva qaedista verso Bamako e ricacciare i miliziani verso il confine algerino liberando il nord del Malì. Gli obiettivi militari perseguiti dai francesi con l’intervento militare nel Paese africano iniziato l’11 gennaio sono stati tutti conseguiti con un costo in denaro (70 milioni di euro) e in vite umane (un solo caduto) più che accettabili soprattutto se si tiene conto che l’azione dei 4 mila militari transalpini mira anche a mettere in sicurezza rilevanti interessi economici.

Innanzitutto i giacimenti di uranio del Niger, (quarto produttore mondiale) situati a meno di 300 chilometri dal confine nord orientale del Malì e sfruttati dalla società pubblica francese Areva che ne trae il 30% del combustibile necessario alle centrali nucleari transalpine. Le tre miniere francesi (una in costruzione) sono troppo vicine al Malì perché Parigi potesse consentire ai jihadisti di consolidare le posizioni conquistate nel marzo 2012 quando presero il controllo di Kidal, Gao e Timbuctù. Inoltre l’insurrezione dei tuareg del Malì ha stretti legami con quella in atto da anni in Niger e che minaccia proprio l’area dove si trovano i giacimenti strategici per Parigi che ha già perso l’esclusiva sull’uranio nigerino dopo che Niamey ha assegnato concessioni per lo sfruttamento dell’uranio anche a società cinesi e canadesi.

La salvaguardia degli interessi francesi riguarda quindi un’ampia fetta della regione del Sahel e per questo, nonostante il presidente Francois Hollande abbia annunciato per marzo l’inizio del ritiro delle truppe impegnate nell’Operazione Serval è improbabile che Parigi rinunci a presidiare una regione nella quale schiera a tempo pieno importanti contingenti militari in Burkina Faso, Ciad, Repubblica Centrafricana, Niger e nello stesso Malì dove peraltro sono stati rilevati giacimenti di uranio, gas e petrolio. Le concessioni per lo sfruttamento degli idrocarburi coinvolgono soprattutto giacimenti del nord che si estendono oltre il confine mauritano per i quali le concessioni sono state assegnate da Bamako alla francese Total e alla spagnola Repsol oltre che a società algerine, canadesi e angolane mentre l’italiana Eni ha recentemente rinunciato alle concessioni che aveva ottenuto adducendo una bassa potenzialità estrattiva.

Più probabile quindi che la Francia sostenga il coinvolgimento dell’Onu e di altri Paesi (non solo africani) nella stabilizzazione del Malì ma senza rinunciare a mantenervi una rilevante presenza nazionale politica, militare ed economica anche a causa dell’instabilità del governo di Bamako e perché i miliziani islamisti sono stati sconfitti ma non annientati. I jihadisti hanno iniziato una campagna di attentati, agguati e blitz che ricorda molto le tattiche utilizzate dai talebani in Afghanistan ma il grosso delle forze dei tre movimenti (al-Qaeda nel Maghreb, Mujao e Ansar Dine) hanno trovato rifugio nelle grotte dell’Adrar, altopiano al confine settentrionale ufficialmente chiuso dai militari algerini che hanno già intercettato alcune colonne di rifornimenti dirette ai ribelli.

I programmi di potenziamento dell’ esercito maliano (video), il cui addestramento è curato da istruttori della Ue, statunitensi, britannici e francesi, stanno aprendo il mercato delle forniture militari finanziate dai Paesi donatori nel quale la Russia sembra ben posizionata. Anatoly Isaikin, direttore di Rosobornexport, l’agenzia federale russa per l’export militare, ha dichiarato oggi che “un ingente carico di armi è stato consegnato a Bamako due settimane fa e sono in corso negoziati per forniture supplementari per quantità più piccole“. Non sono stati forniti dettagli ma si tratta presumibilmente di kalashnikov, mitragliatrici, lanciarazzi portatili e munizioni. Armi leggere di modelli già in dotazione alle forze di Bamako (equipaggiate con armi e mezzi di origine sovietica) necessarie a sostenere i combattimenti e ad equipaggiare i 4 nuovi battaglioni che verranno costituiti con la supervisione della missione di addestramento europea.

Fonte: Il Sole 24 ore

 
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Pubblicato da su 14 febbraio 2013 in Uncategorized

 

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