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I nuovi misteri dell’Africa

19 Ago

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Basta Africa immaginaria, esotica, oleografica. Al suo posto, un popolo giovane in cui convivono passato e presente, tradizioni e novità. E un’arte che si sta definendo, magari con ingenuità, ma anche con assoluta purezza di sguardo. Allo Studio La Città di Verona, fino al 14 settembre.

Scriveva Alberto Moravia: “Io sono affascinato dalla bellezza dell’Africa e per bellezza intendo qualcosa di inspiegabile, di misterioso, di indicibile che aleggia sul Continente Nero”. E non si può dire che oggi questo senso di enigma si sia dileguato, anzi se è possibile, si è approfondito, anche perché l’eredità post coloniale ha lasciato il posto ad un rapporto doloroso con il proprio passato e la ricerca di una identità che fatica ad emergere in una realtà sociale ancora troppo intrisa di contraddizioni. Gli artisti non sono più creatori di feticci inquietanti, di maschere impenetrabili, ma di quesiti irrisolti che riguardano sviluppo, società, arte, Africa, mondo, mercato, pubblico. Così, nell’installazione di Laura Nsegiyumva (Bruxelles, 1987) una famiglia guarda da uno schermo al plasma: guarda la televisione, il mondo, ci guarda. Ed è lo sguardo attonito di chi ha conosciuto la diaspora e vive la dimensione traumatica del distacco e della distanza  dal proprio paese.

Le stampe del ghanese Philip Kwame Apagya (Sekondi-Takoradi, 1958) immortalano i personaggi di fronte a fondali dipinti a mano che mostrano mobili e oggetti di consumo: qui tutto appare surreale e insieme iperreale, facendo diventare la foto la proiezione di un sogno. Lawrence Lemaoana (Sudafrica, 1982) realizza opere in tessuto, fatte di pezzi di stoffa quasi sempre rosa, che però raffigurano paradossalmente e criticamente “simboli della mascolinità”. Pieter Hugo (Johannesburg, 1976) nella serie di fotografie dal titolo Permanent Error documenta un’immensa discarica in Ghana, in cui i soggetti si aggirano tra falò e cumuli di rifiuti elettronici, incapaci di situarsi e definirsi veramente. Mikhael Subotzky (Cape Town, 1981) presenta una carrellata di fotografie che occupano senza soluzione di continuità un’intera parete della galleria, mostrando come le condizioni di vita del carcere di Città del Capo si rovescino e si diffondano nella cultura delle gang delle periferie.

Cinque “punti di vista” di un continente ancora tutto da scoprire, perché la sua realtà è quella del cambiamento, della reinvenzione di se stesso e dei propri modi di vivere. Cinque panorami fatti ancora di tante aspettative e immancabili disillusioni.

Fonte: Artribune.com

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Pubblicato da su 19 agosto 2013 in Uncategorized

 

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