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Candeline sulla torta del Torino Jazz Festival, l’Africa di Manu Dibango

28 Apr

Manu_Dibango

È la stella nera di Manu Dibango a illuminare in piazza Castello  –  clima permettendo  –  la quarta giornata del “Torino Jazz Festival“. L’asso del Camerun, da oltre quattro decenni indiscusso ambasciatore della musica africana nel mondo, giunge in città con la tournée che celebra in pubblico il suo 80° compleanno: Emmanuel N’Djoke Dibango è nato infatti il 12 dicembre 1933 (anche se alcune fonti dicono 10 febbraio 1934) a Douala. Di là emigrò per ragioni di studio alla fine degli anni Quaranta verso Parigi, dove entrò in contatto col jazz, che lo distolse ben presto dagli impegni scolastici: imbracciò così il sassofono, imparò a destreggiarsi col pianoforte e cominciò a esibirsi dal vivo, inizialmente in Francia e poi in Belgio. Tornò nel continente di origine nel 1960, accettando l’invito a entrare a far parte di una band congolese chiamata  –  nomen omen  –  African Jazz, mentre anche là si stava diffondendo intanto l’eco del funk di James Brown. Erano a quel punto in gioco tutti gli elementi che avrebbero concorso a definirne il tipico stile: tanto le musiche afroamericane quanto la tradizione locale, in particolare il ritmo di danza detto makossa. Al crocevia di quei linguaggi prese forma il brano che avrebbe fatto la sua fortuna, “Soul Makossa” appunto: era il 1972. 

La sua carriera trasse slancio da quel successo, destinato a propagarsi nel giro di due/tre anni su scala planetaria, anticipando la stagione della world music, e da allora quasi per inerzia Manu Dibango  –  pressoché immutabile nell’aspetto: cranio rasato e occhiali scuri  –  è rimasto sulla cresta dell’onda (il riverbero di quel suo sempreverde si è insinuato in celebri canzoni di epoche successive: da “Wanna Be StartinSomething” di Michael Jackson a “Don’t Stop The Music” di Rihanna). Non è un caso, dunque, che la band schierata oggigiorno al suo fianco  –  chitarra, tastiere, basso, batteria e coriste –  abbia come nome Soul Makossa Gang. 

La giornata del festival propone inoltre al Vittoria (ore 16, ingresso a 10 euro) un primo appuntamento col progetto del trio guidato dal pianista milanese Stefano Battaglia basato sul repertorio del compositore statunitense Alec Wilder, che ha come obiettivo la prossima pubblicazione di un disco targato ECM (a questo scopo viene registrato il concerto odierno, prove incluse). Sul fronte cinematografico, frattanto, prosegue la rassegna dei film a tema ospitata dal Massimo in sala 3: si va da un documentario su Stan Tracey, “il padrino del jazz britannico”, al classico “Let’s Get Lost” di Bruce Weber dedicato a Chet Baker (rispettivamente alle 16.30 e alle 18.15). E c’è infine l’ampia offerta della sezione “Fringe”, che tra le tante cose prevede il duo composto da Roberto Gatto e Rosario Giuliani (Cafè Des Arts, 19.15), il quartetto Cordoba Reunion di Javier Girotto (doppio set all’Esperia, alle 20 e alle 23.15), la jam session del laboratorio Fringe In The Box (piazza Vittorio, 23.20) e un quintetto in cui il pianista norvegese Jon Balke suona con quattro percussionisti, tra cui il francese Patrice Heral (Magazzino sul Po, a mezzanotte).

Fonte: La Repubblica

 
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Pubblicato da su 28 aprile 2014 in Uncategorized

 

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