RSS

Archivio dell'autore: 4forafricablog

Per papa Francesco l’Africa è più di una questione geografica

Vaticano, i primi santi di papa Francesco

Un papa che parla più di Gesù e di Vangelo che di chiesa, più di gioia, compassione e misericordia che di legge e valori non negoziabili, più di uscire e servire che di difendere e proclamare. Davvero, pochi della mia generazione ormai osavano sperare che la primavera del Concilio vaticano II sarebbe tornata.

Ma in Africa i cambiamenti promossi da papa Francesco non sono ancora arrivati. Dopotutto non abbiamo le stesse stagioni dell’Europa, e Bergoglio pubblicamente ha interagito ben poco con l’Africa, a parte i necessari appelli alla pace e qualche parola durante le visite ad limina delle conferenze episcopali africane. Durante il suo primo viaggio pastorale, a Lampedusa, lo abbiamo visto incontrarsi con africani appena sbarcati dalla costa libica. Lui era di fronte a un mondo nuovo, che non aveva mai incontrato faccia a faccia, e i profughi, in maggioranza musulmani, sì e no sapevano chi fosse il papa, tanto meno papa Francesco.

Ci sono stati altri viaggi, le prime nomine cardinalizie nel febbraio del 2014, e tra i nuovi 16 cardinali elettori c’erano due arcivescovi dell’Africa occidentale: Jean-Pierre Kutwa, di Abidjan, e il poco conosciuto Philippe Ouédraogo, di Ouagadougou, da famiglia in maggioranza musulmana, che si autodefinisce piccolo pastore della savana burkinabé. Ma a confronto con le altre nomine non costituivano una gran novità e non hanno generato grande interesse.

Nel frattempo non ci sono state nomine di africani a cariche importanti a Roma. Anche questo significa poco, perché Francesco non esprime la sua considerazione per un pastore portandolo a lavorare in Vaticano. In ogni caso l’Africa è scomparsa degli orizzonti della chiesa, mentre sono emerse con forza, ovviamente, l’America Latina e successivamente l’Asia. L’anno scorso si era parlato di una visita papale in Camerun, ipotesi che era stata suffragata da un’udienza concessa a Paul Biya, il suo presidente cattolico (ahimé per i cattolici) e figlio di catechisti. Ma qualcosa non deve aver convinto papa Francesco, probabilmente proprio il fatto che in Camerun ci sia un rapporto non del tutto chiaro tra chiesa e politica. E di visitare questo paese non si è più parlato. Chi è attento alle cose africane poi non ha mancato di notare che nel corso della prima fase del sinodo sulla famiglia, il cardinal Kasper in un’intervista ebbe una frase infelice che lasciava intravedere un giudizio molto pesante su tutto l’episcopato africano, e nessuno ritenne necessaria una puntualizzazione.

Nel secondo concistoro, celebrato nel febbraio di quest’anno, i nuovi cardinali africani elettori sono due: Berhaneyesus Souraphiel, arcieparca di Addis Abeba, e Arlindo Furtado, vescovo di Santiago di Capo Verde. Due pastori di diocesi con un piccolo numero di cattolici, periferici in tutti i sensi, ma periferici anche rispetto all’Africa nera, l’Africa della grande esplosione numerica del secolo scorso, mai vista in precedenza nella storia della chiesa. Quell’Africa che con quasi duecento milioni di fedeli in rapida crescita costituisce ormai il 17 per cento della cattolicità, e che, non dimentichiamolo, alla vigilia degli ultimi due conclavi si sentiva autorizzata a reclamare che fosse venuto il tempo di un papa africano.

La chiesa africana è assente dall’agenda di papa Francesco? Eppure in Africa molti si aspettano una sua visita. Lo scorso 26 novembre ho accompagnato un gruppo di miei ex ragazzi di strada keniani a incontrarlo dopo l’udienza generale. Sono rimasti conquistati da Francesco anche solo per i pochi istanti in cui ha detto qualche parola e hanno sentito una carezza della sua mano. Ma poi la domanda insistente era: ma quando viene in Africa? Quando viene da noi a Kibera? Non pochi altri se lo domandano in Africa.

Sappiamo che Bergoglio prima dell’elezione aveva limitato i suoi viaggi a quelli che doveva fare come pastore, e non ha mai visitato l’Africa, neanche come turista. Non era nel suo stile austero. Quindi si trova di fronte a una realtà che conosce poco, e vuole prendersi il tempo necessario per ascoltarla e capirla. Poi è venuto l’annuncio informale, sul volo che lo portava da Manila a Roma il 19 gennaio, di una probabile visita nella Repubblica Centrafricana e in Uganda entro la fine del 2015.

Perché questi due paesi?

Andare nella Repubblica Centrafricana, se pure sarà possibile per l’enorme rischio sicurezza, significa immergersi in tutte le debolezze dell’Africa. Innanzitutto per la guerra, e le violenze sulla popolazione civile. Poi, perché è un paese con grandi ricchezze naturali che non è mai stato veramente indipendente, conteso tra multinazionali, sotto la minaccia del fondamentalismo islamico, dove tribalismo e rivalità religiose sono esplose negli ultimi tre anni.

Un paese dove la chiesa è sfidata dalla necessità di dialogare, e di dialogare da una posizione di debolezza. Un paese dove la mondanità del clero, per usare un termine bergogliano, in contrasto con la povertà generalizzata, aveva raggiunto livelli che hanno costretto nel 2009 all’intervento di Roma. Le relazioni dei vescovi locali alla Santa Sede avevano per anni tenuto nascosta una situazione di corruzione di una buona parte del clero, avido di potere e di soldi, a cui i vescovi non sapevano più come reagire, o a cui avevano scelto di aderire. Ci vollero un nunzio vietnamita e poi un nunzio nigeriano e un visitatore apostolico, l’allora segretario della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, monsignor Robert Sarah, guineano, oggi cardinale prefetto della congregazione per il culto divino, per rimuovere il problema, decapitando così anche alcune diocesi. Da come abbiamo imparato a conoscere papa Francesco, che ama andare alla radice dei problemi, non è certamente un caso che abbia scelto questo paese come meta del suo primo viaggio africano.

In quanto a essere snodo di problemi geopolitici, l’Uganda non ha meno possibilità di rappresentare i problemi africani e le periferie del mondo, con un presidente al potere da 29 anni che interferisce pesantemente, anche manu militari, nei paesi vicini, e con i suoi popoli nomadi del nord ancora tagliati fuori dallo sviluppo, sia pur disuguale, del resto del paese. Ma forse a Francesco interessa di più per un’altra rappresentatività, cioè quella dell’impegno laicale. Con i suoi 22 martiri della fine dell’ottocento, e i beati catechisti Daudi e Jildo del 1918, questo paese ha donato alla chiesa africana il numero più alto di canonizzati nei tempi moderni. Con una particolarità: contrariamente a quanto è successo nel resto del mondo, tra i santi e i beati africani dei tempi moderni ci sono solo due suore, e non c’è nessun prete (a parte il beato nigeriano Cyprian Tansi, che però ha vissuto nel Regno Unito). Vorrà Francesco fare dell’impegno laicale per la giustizia e la pace il tema dominante della sua tappa in Uganda?

Allora il ritardo di Francesco nel guardare all’Africa si spiega con il desiderio di ascoltarla e capirla, prima di aiutarla a riprendere il cammino. Centrafrica e Uganda sono due paesi che daranno a Francesco l’occasione per parlare di problemi veri, dei poveri e della chiesa e dei suoi pastori. Su tutto domineranno i temi della pace e del dialogo con l’islam, temi globali che hanno però risonanze drammatiche in Africa.

Per troppo tempo i problemi dell’Africa sono stati nascosti sotto il tappeto. Si era arrivati al primo sinodo africano nel 1994 con tante speranze, ma poi mancò la parresia, la franchezza nell’esprimersi, su cui oggi Francesco tanto insiste. Così il sinodo riconobbe formalmente l’idea di inculturazione, cioè del necessario dialogo tra Vangelo e diverse culture locali per un reciproco arricchimento, ma ai teologi che vi avevano lavorato non fu permesso di partecipare e poi furono progressivamente messi a tacere.

Oggi di inculturazione non si parla più, e ancor meno la si fa e la si vive. Quel sinodo enfatizzò la necessità dell’impegno dei cristiani per la giustizia sociale. Son stati fatti pochi progressi. In troppi paesi africani i leader religiosi sono assenti dal dibattito pubblico, e accettano passivamente un’agenda sociale profondamente ingiusta. Si adagiano in una commistione tra potere politico e servizio pastorale tutta a loro svantaggio, in cui uomini politici prendono la parola nelle chiese e nei servizi religiosi, facendoli apparire alleati del potere. Recentemente un amico africano mi faceva notare come, durante l’insediamento di un vescovo nella sua nuova diocesi, la classe politica locale abbia partecipato in massa dando l’impressione alla comunità che si trattasse dell’insediamento di un funzionario governativo. E questo succede in troppi paesi.

Abbiamo decantato per anni la giovinezza e freschezza della fede e della chiesa africana. Ma se questo resta vero per la gente semplice, alla periferia del potere, la chiesa dei pastori rischia di invecchiare precocemente e di gestire il servizio dell’autorità con modi che sono diventati vecchi e inaccettabili nei paesi da cui sono partiti i missionari che hanno evangelizzato l’Africa negli ultimi due secoli.

L’Africa non è solo geografia. Per la geografia è solo un continente dall’altra parte di un mare, neanche tanto grande. Ma la cultura e l’etica africane sono radicate in terreni molto più lontani di quelli geografici. Perché la chiesa metta radici profonde in Africa forse dovrebbe ripartire dalle profondità del cuore, là dove gli uomini si incontrano tra loro e dove incontrano Gesù.

Papa Francesco con la sua capacità di limpida testimonianza, sincerità, parresia e, più ancora, la sua vicinanza ed empatia con i poveri, può offrire alla chiesa africana uno stimolo straordinario per ripartire dal cuore.

Fonte: Internazionale

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 17 marzo 2015 in Uncategorized

 

Tag: ,

A Karibu Africa 2.0 è protagonista la moda

karibuafrica-moda

A marzo Siena scopre l’Africa grazie alle iniziative e gli appuntamenti proposti dallo spazio “Cacio & Pere”
Continua nel locale di via dei Termini, 70 il programma dei mercoledì dedicati alla cultura africana: musica, letteratura, cibo, moda e “taboo” sociali

Sarà la moda la protagonista del secondo appuntamento di KARIBU AFRICA 2.0, eventi dedicati alla cultura africana proposti dallo spazio “Cacio & Pere” (via dei Termini, 70) che per il mese di marzo permetteranno a Siena di viaggiare tra parole, poesie, suoni, sapori e colori del continente africano.

Dopo l’evento dedicato alla “poesia africana” della scorsa settimana si prosegue mercoledì 11 marzo alle ore 21 con MADE IN AFRICA-MODA&ABBIGLIAMENTO, serata nella quale sfileranno tessuti e abiti, un tuffo nella moda del continente africano fra tradizione e contemporaneità. L’appuntamento è realizzato in collaborazione con GABNICHI (Onlus) che si occupa del progetto di cooperazione internazionale “Fatti a mano” realizzato in Tanzania e finalizzato all’occupazione femminile e al sostegno della manifattura africana.

KARIBU AFRICA 2.0 è un percorso che si propone di promuovere e di offrire al pubblico una maggiore consapevolezza delle culture africane nelle loro diverse espressioni. Musica, gastronomia, poesia, dibattiti, moda. KARIBU AFRICA è un viaggio “on the road” diviso nell’Africa equatoriale alla ricerca di nuove prospettive e altrettante opportunità per scoprire, conoscere e stimolare la curiosità verso un paese che con i suoi usi e costumi, ha dato origine a ritmi e forme espressive ricchissime di fascino, sacralità e spiritualità che ancor oggi ne sono il cuore profondo. Un progetto interculturale realizzato grazie al prezioso contributo degli amici dell’Associazione Studenti Camerunensi.

Gli appuntamenti proseguiranno mercoledì 18 marzo con la musica gospel e spiritual grazie alla straordinaria esibizione del coro etnico BAKHITA.

Il viaggio si concluderà mercoledì 25 marzo con l’appuntamento TABOO Dal “Tabu” al “Taboo”, durante il quale verrà analizzata questa parola che parla di proibizione e attenzione. Un confronto interculturale che parte dalla radice etimologica del “tabu” africano fino a giungere al suo corrispondente inglese “taboo”. Uno scambio d’opinioni su tematiche ritenute delicate o “scottanti”, come ad esempio la poligamia o l’omosessualità, un invito al confronto con l’altro in un percorso che informa di sé la nostra società e quella africana.

Tutti gli appuntamenti saranno impreziositi dalle atmosfere musicali curate da MPEG DRUMS e accompagnati da un ricco buffet di degustazione gastronomica “L’apéritif de cuisine africaine” ispirato alla cucina africana.

Fonte: SienaFree

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 10 marzo 2015 in Uncategorized

 

La nostra energia “verde” parte dal Marocco per conquistare l’Africa

rinnovabili africa

L’Africa chiede energia verde. Sulla quale spicca, buon per noi, il tricolore. Dall’Egitto alla Tunisia per arrivare, più a ovest, al paese che ci sta già riservando grandi soddisfazioni: il Marocco. Il più ricco di ambizioni occidentali, il più solido nelle istituzioni che posso rendere credibile questo processo, ma il più povero di risorse energetiche proprie. Se non fosse per il sole, che lì non manca di certo. L’Italia? Presente.

Ha solo pochi mesi di vita il progetto Solar Breeder per creare, in alleanza con il governo marocchino, un distretto industriale autoalimentato ad energia fotovoltaica confezionato e cogestito da un pool di imprese tutte italiane. E già si guarda all’evoluzione successiva. Solar Breeder non sarà solo un avamposto produttivo per (e con) l’energia verde, piazzato nell’area di Ben Guerir, trasformata in “green city” e incubatore tecnologico per volere diretto del Re del Marocco Muhammad VI. Sarà anche, a maggior ragione, un laboratorio per mettere a punto la transizione del paese africano verso un modello di energia basato sulla concorrenza, sul mercato, sulla competizione tra tecnologie e imprese. All’insegna, anche qui, del made in Italy.

Tecnologia e regole
A Rabat hanno studiato bene le carte, hanno scandagliato ciò che abbiamo fatto in Italia. Hanno evidentemente constatato che nonostante qualche pasticcio nell’erogazione degli incentivi all’energia solare abbiamo maturato ottime competenze. E per assicurarsi la transizione verso un modello avanzato che punti anche e soprattutto sulle energie verdi il governo marocchino ha chiamato all’appello proprio il nostro manovratore istituzionale dell’energia rinnovabile: il Gse, la società pubblica per i servizi energetici guidata da Nando Pasquali che ha sotto le sue ali anche la ricerca di settore attraverso il Rse, già partner di Solar Breeder.
Appuntamento a fine mese. Per firmare, questa l’intenzione, un nuovo patto: saremo noi italiani ad aiutare il Marocco a disegnare non solo la cittadella industriale verde ma anche l’evoluzione energetica verso la concorrenza e il mercato. Bisognerà allestire un moderno sistema di controllo delle reti ma anche, sul versante più propriamente istituzionale, l’Authority per la vigilanza e la regolamentazione del settore. Per mutuo interesse, naturalmente. Il Marocco ne ricaverà una forte spinta alla modernizzazione, l’Italia non solo potrà fare ottimi affari ma potrà insediare proprio lì un laboratorio per affinare ulteriormente le sue competenze, anche tecnologiche: è prevista tra l’altro la costruzione di un laboratorio coordinato dall’Rse per testare i sistemi di accumulo a batteria al servizio delle energie rinnovabili.

Il Governo ci crede
Palazzo Chigi ci crede. E promette di oliare l’operazione. Ci sarà bisogno del supporto diretto del nostro Ministero dello Sviluppo economico, dove si sta esaminando proprio in questi giorni il dossier. Che darà, nel caso, una nuova importante caratura istituzionale al progetto Solar Breeder, coordinato da Kenergia, la società guidata da Giovanni Simoni (protagonista dell’associazionismo del settore e buon visionario degli scenari energetici) insieme a una squadra ben articolata in competenze e capacità, come Brandoni solare, Friem, appunto il Rse, Moroni & Partner, Saet, Raptech. Il tutto con un’alleanza societaria e operativa con la locale Societé d’Investissment Energetique (SIE) che prevede investimenti iniziali per oltre 22 milioni di euro, per il 40% a carico del partner locale. “Con l’obiettivo tra l’altro di fabbricare nel primo anno moduli fotovoltaici ad alta efficienza per 50 megawatt” fa sapere Giovanni Simoni.”Ma è solo un punto di partenza” insiste. Il piano di Rabat sulle fonti rinnovabili traguarda 2mila megawatt fotovoltaici a fine 2019. Con un’ambizione, che Simoni sposa in pieno: dimostrare che in certe condizioni, che in Marocco esistono in pieno, l’evoluzione tecnologica dell’energia solare consente già oggi di produrre elettricità ad un costo assolutamente competitivo rispetto alle centrali tradizionali, quelle che bruciano idrocarburi ma anche quelle atomiche.

Nuovi orizzonti
Per rafforzare il consorzio marocchino “le opportunità ci sono eccome. Siamo solo al punto di partenza – azzarda Simoni – per un processo di intese e investimenti che vedrà coinvolte, oltre alle imprese italiane che ci seguono e ci vorranno seguire anche le banche e gli imprenditori privati locali”. E non c’è solo il Marocco. Tant’è che Solar Breeder sta già allargando i suoi orizzonti. A fine gennaio ad Abu Dhabi, in occasione del World Future Energy Summit, è stato battezzato Solar Breeder International (SBI), la società con la quale si vuole esportare il modello marocchino in giro per il mondo.

Fonte: Il Sole 24 ore

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 4 marzo 2015 in Uncategorized

 

Tag: ,

L’Africa, tra business ed ecosostenibilità

??????????????????

Nell’era del multiculturalismo e della globalizzazione, l’internazionalizzazione delle imprese e l’intercettazione dell’evoluzione dei mercati strategici costituiscono una prassi che accomuna ormai tutti gli attori del mercato globale. È in Africa, più precisamente nell’area Subsahariana, che gli attori internazionali pubblici e privati puntano la propria lente d’ingrandimento, ritenendola terra di business e dalle grandi opportunità economiche.

Ed è proprio nello spazio del termine “opportunità” – che lascia presagire prospettive ampie e variegate – che ormai da qualche tempo si è aperto un dibattito legato ai tanti dilemmi posti dalla globalizzazione. A contrapporsi due visioni: una che ritiene la presenza delle multinazionali in Africa come un forte impulso allo sviluppo di Paesi e popolazioni e l’altra, più diffidente e pessimista, che tende ad esecrare nazioni ed investitori stranieri considerandoli alla stregua di usurpatori di terre e diritti.

Mettendo da parte gli aspetti generali riguardanti il tema degli investimenti nell’Africa Subsahariana, si vuole in questa sede richiamare l’attenzione su uno dei settori che in quei territori è in forte espansione – l’agricoltura – e sull’influenza che giocano gli attori esterni in un’area economicamente strategica per quel che riguarda una dimensione di business che, secondo le previsioni della Banca Mondiale, darà luogo ad un giro d’affari di 1.000 miliardi di dollari entro il 2030.

L’area geografica dell’Africa Subsahariana presenta Paesi con economie diversamente sviluppate, dove la ricchezza derivante da fonti naturali, la sostanziale stabilità politica (eccezion fatta per gli Stati della fascia centro-equatoriale), una classe media emergente e la propensione all’utilizzo delle nuove tecnologie sembrano aver allontanato lo scetticismo diffuso che agli inizi del ventesimo secolo non lasciava spazio a grandi aspettative, data anche la diffusa presenza di guerre, epidemie e carestie in molti territori. Nigeria e Sudafrica, che attualmente risultano le prime economie del Continente, non sono le uniche ad aver contribuito alla crescita regionale dell’Africa Subsahariana; anche Mozambico, Angola e Ghana, infatti, hanno concorso a produrre un incremento positivo del PIL, che si è attestato al 4,7% medio annuo tra il 2000 e il 2012.

Continua…

Fonte: Bloglobal.it

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 27 febbraio 2015 in Uncategorized

 

Tag: , ,

Nigeria, il suo futuro e quello dell’intera Africa

Goodluck-Jonathan-Nigeria-675

Il prossimo voto – se e quando avverrà – in Nigeria per scegliere il presidente della Repubblica è più di una elezione, non assomiglia alle consultazioni elettorali che si sono succedute ogni quattro anni dopo la restaurazione di un sistema democratico basato sul multipartitismo. Per la prima volta non c’è un candidato pressoché sicuro di vincere prima che gli elettori vadano alle urne. E questo può essere il segno della maturità raggiunta dalle istituzioni politiche. L’altra novità – non propriamente di buon auspicio – è che di uno dei candidati maggiori, che è anche il presidente uscente, si contesta lo stesso diritto di “correre”.

Quell’accordo sull’alternanza cristiani-musulmani. Goodluck Jonathan è stato presidente per un mezzo termine come vice di un presidente morto durante il suo primo mandato, è stato eletto quattro anni fa e si presenta per quello che si potrebbe configurare come un terzo mandato (che sarebbe vietato dalla Costituzione). Come se non bastasse, Jonathan è un cristiano del Sud e un accordo sull’onore fra le due maggiori comunità religiose, di cui esistono peraltro anche delle versioni scritte, contempla il principio dell’alternanza fra un cristiano del Sud e un musulmano del Nord, con la facoltà di restare al potere per due mandati e non di più. Mentre Jonathan argomenta che i suoi primi anni come presidente appartengono ad una consultazione in cui a imporsi fu un musulmano, gli avversari, di fatto la componente musulmana della popolazione e delle forze in campo, ritengono che il capo dello Stato stia infrangendo il tabù del terzo mandato. Il caso non ha precedenti e non esistono pronunce o interpretazioni capaci di fare testo.

Un’ulteriore frattura nei rapporti: possibili esiti gravi. Un’ulteriore incrinatura della fiducia fra cristiani e musulmani, già messa a dura prova da una diversa percezione dei risultati della politica in generale, potrebbe avere effetti gravissimi in tutto il Paese. L’insorgenza islamista che fa capo a Boko Haram è solo un aspetto, di per sé drammatico e calamitoso, dell’ardua convivenza in Nigeria fra Nord e Sud e fra musulmani e cristiani. Il quadro d’insieme può sembrare contraddittorio. Dal Nord sono venuti molti dirigenti del governo centrale (quasi tutti i capi dello Stato o delle giunte militari fino all’era Obasanjo). Il governo e l’esercito federale hanno soffocato la secessione tentata nel 1967 dalla regione sud-orientale con il nome di Biafra e capitale Enugu: è trascorso quasi mezzo secolo, ma la memoria della guerra è ancora viva e il sentimento delle popolazioni del Delta è di aver subito un sopruso.

Nel Nord i centri del sapere islamico, a Sud gli affari. Nel Nord sono situate le città che hanno fatto la storia degli hausa-fulani e le università sedi del sapere islamico. Ma sono nel Sud i centri del commercio con il mondo esterno e le fondamenta dell’economia, si tratta dall’oil (olio di palma) all’oil (petrolio). Si è formato nel Sud, fra gli yoruba e gli igbo (due etnie, rispettivamente del Sud Ovest e del Sud Est, n.d.r.) il pensiero e il movimento nazionale che si è fatto tramite dei modelli venuti dall’Europa. Secondo la storiografia nigeriana, fondata da J. F. A. Ajayi (storico nigeriano n.d.r.) il dominio europeo ha interrotto ed espropriato un processo di centralizzazione e, in ultima analisi, di modernizzazione ispirato dall’esperienza islamica, che culminò all’inizio dell’Ottocento nell’impero di Sokoto. Con l’avvento del colonialismo, il fulcro della statualità e del progresso si è spostato verso le regioni meridionali, aprendo un contenzioso che ha avvelenato le vicende della Nigeria indipendente. Anche oggi la “modernità” viene declinata piuttosto sui metri della società del Sud, che è quella più segnata anche esteriormente dall’influenza del mondo coloniale-occidentale.

Un presidente delegittimato.
Una delegittimazione di Goodluck Jonathan – con il disconoscimento del suo eventuale successo da parte del rivale più accreditato, Muhammadu Buhari, che si presenta alla testa dell’All Progressive Congress come il portavoce dei musulmani, o per l’impossibilità di votare in tutta sicurezza in certe zone del Nord-Est, malgrado il rinvio dal 14 febbraio al 28 marzo – finirebbe per riproporre quell’insieme di fatti storici e narrative deformanti che costituisce la “questione settentrionale”. Jonathan è pur sempre il candidato del People’s Democratic Party, che è considerato il partito maggioritario e ha espresso tutti i presidenti da Olusegun Obasanjo (1999-2007) in poi (compreso il musulmano Umar Yar’Adua, che si affermò nel 2007 alla testa del ticket che comprendeva anche Jonathan). Il contraccolpo negativo non peserebbe solo sulle sorti della stabilità interna. La Nigeria è il “gigante” dell’Africa e le conseguenze non si fermerebbero alla Nigeria.

I più ricchi, ma con enormi sacche di povertà. Da quando un diversa misurazione l’ha elevata al primo posto nella graduatoria dei paesi africani per volume dell’economia, detronizzando il Sud Africa, con cui è in lizza per l’egemonia nel continente, la Nigeria ha responsabilità che riguardano appunto tutta l’Africa (e non solo perché i combattimenti, di e contro Boko Haram, si stanno estendendo verso il Ciad e il Camerun). L’emergenza indotta dal jihadismo si concilia poco con le ambizioni di leadership. Non per niente è il Sud Africa e non la Nigeria a rappresentare l’Africa nei Brics e nel G20. La Nigeria rischia di essere essa stessa un “buco nero”. Molti dati del profilo socio-economico della Nigeria, del resto, sono ancora da Paese molto sotto la soglia dello sviluppo e lontano da un’eguaglianza almeno accettabile. La grandezza della Nigeria appare tanto più rilevante perché essa si trova in una regione, l’Africa occidentale, molto spezzettata. La “balcanizzazione” paventata da Léopold Sédar Senghor (politico e poeta senegalese n.d.r.)  non trovò rimedio al momento della decolonizzazione in funzione dei residui disegni di egemonia nutriti dalla Francia e il nazionalismo territoriale ha fatto il resto.

Lo “sganbetto” e le mire dei francesi.
In Africa occidentale la Nigeria detiene quasi naturalmente una posizione di preminenza. È con tutta evidenza la potenza leader dell’organizzazione regionale per l’Africa occidentale, l’Ecowas, ed ha spesso forzato l’agenda di un’associazione eminentemente economa utilizzandola in operazioni di peace-enforcing in Liberia e Sierra Leone. Non è scontato che una simile sovraesposizione della Nigeria, che capitanò sia l’una che l’altra forza d’intervento, si sarebbe potuta verificare e potrebbe ripetersi in un paese francofono. Al tempo della guerra innescata dall’auto-proclamazione dell’indipendenza del Biafra, la Nigeria subì, se mai, una specie di offensiva francese o francofila. Se nel 2013 il governo di Hollande anticipò i tempi dell’operazione in Mali senza aspettare la formazione di un esercito africano, come prescrivevano le decisioni dell’Onu, fu anche perché di quell’esercito la Nigeria sarebbe stata ovviamente il perno.

La discrasia Nord-Sud sfruttata da Boko Haram. Il governo nigeriano non condivide la preconcetta ostilità del Sud Africa per la gestione extrafricana delle crisi africane. Per la sua posizione geopolitica e per la virulenza dell’attacco di Boko Haram, la Nigeria è più esposta alle crisi in cui compaia la minaccia jihadista e si rifugia sotto l’ombrello della war on terror. Passata la prima sorpresa, anche nella vicenda del Mali ha finito per offrire collaborazione alla Francia mettendo da parte i risentimenti. Per far fronte a Boko Haram, la Nigeria partecipa a progetti multinazionali che hanno coinvolto, oltre ad altri paesi dell’area saheliana, anche Parigi: se una simile coalizione può conferire qualche vantaggio sul piano militare (ma finora i risultati sono stati scarsi), essa rischia di  avere effetti controproducenti sulla compattezza nazionale toccando sensibilità di sovranità e identità molto delicate. Boko Haram, benché incompatibili con lo stragismo, i rapimenti e la costrizione di donne e bambini, sbandiera insegne come il patriottismo e il buon governo sfruttando spietatamente la discrasia fra Nord e Sud per reclutare adepti e allargare il consenso.

Gli islamisti fanno dimenticare gli altri problemi. Sul modo di condurre la repressione il dibattito è aperto ai vari livelli della società nigeriana. I due partiti maggiori si accusano a vicenda di speculare sulla ribellione a fini elettorali. Non tutti accettano gli eccessi di “militarizzazione” anche sul versante della risposta dello Stato all’attacco di Boko Haram. Un quinto del bilancio dello Stato serve a finanziare difesa e forze armate. Nei comandi dell’esercito sarebbe in atto una faida fra i fautori del Security First e gli ufficiali che credono di più in una strategia politica. Il fanatismo dei miliziani di Abubakar Shekau fa dimenticare i problemi socio-economici e religiosi. Un dialogo per la concordia nazionale è stato sollecitato anche da un consesso con la partecipazione delle massime autorità di tutte le fedi religiose.

Fonte: Repubblica

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 23 febbraio 2015 in Uncategorized

 

Tag: , ,

Africa Subsahariana, 1 milione di euro dalla Spagna per il 2015 ma rimane alta la tensione lungo la frontiera

africa_subsahara

“Apia”, Appoggio alle Politiche inclusive nell’Africa Subsahariana, è il nome delnuovo programma di cooperazione che la Spagna ha presentato la scorsa settimana. L’obiettivo – ha detto il ministro José Manuel García-Margallo – è di “aiutare uno sviluppo più sostenibile ed inclusivo”. Nel 2015, 1 milione di euro verrà destinato ad implementare le strategie nazionali in termini di uguaglianza, educazione e trasparenza. Nel frattempo cresce la tensione lungo i confini di Ceuta e Melilla. Ricorre proprio in questi giorni l’anniversario della morte dei 15 migranti, deceduti mentre tentavano di raggiungere a nuoto la spiaggia spagnola di El Tarajal. E, ancora in questi giorni, deportazioni illegali, violazioni di diritti umani e il sogno infranto di entrare in Spagna per centinaia di africani.

“Un granello di sabbia nelle politiche di sviluppo”. La crescita macroeconomica, che negli ultimi anni ha caratterizzato l’Africa Subsahariana, abbisogna di politiche inclusive che non reiterino le disuguaglianze. A partire dal 1° gennaio, la Spagna è membro non permanente del Consiglio Generale dell’ONU. Ciò, secondo il ministro García-Margallo, consente al continente africano di ricevere un appoggio concreto: “La nostra voce è la sua voce. L’Africa ha in Spagna un amico”. Attraverso un “compromesso strategico e multidimensionale”, la penisola iberica intende supportare il processo di crescita di cui i paesi dell’Africa Subsahariani sono protagonisti, a partire dall’elaborazione, formulazione ed esecuzione delle politiche pubbliche inclusive.

Progetti su richiesta: 6 i paesi beneficiari. Il rischio che siano riproposte logiche di disuguaglianza fra i cittadini pone l’accento sulla necessità di rendere accessibili i servizi primari, quali l’educazione, la salute, l’energia e il credito. Maggiore partecipazione della popolazione, in particolar modo delle donne, è uno degli obiettivi principali dell’Apia. I paesi beneficiari, al momento, sono sei: Senegal, Mali, Niger, Etiopia, Mozambico e Guinea Equatoriale. Non è stata ancora effettuata una ripartizione della somma stanziata. L’Agenzia di Cooperazione spagnola ha deciso di finanziare i progetti a seconda delle richieste dei paesi. Sono arrivate numerose proposte da parte dei governi e delle organizzazioni civili, che ora attendono di essere vagliate.

Fuori: costi quel che costi. A un anno dalla morte dei 15 migranti di cui ancora non si conosce l’identità, le frontiere spagnole in Marocco continuano ad essere luoghi di tensione e violazioni. Gas lacrimogeni, proiettili di gomma, operazioni di rimpatrio immediato anche per i rifugiati minorenni. Nulla è cambiato. È questa la quotidianità lungo i confini di Ceuta e Melilla: da un lato la Guardia Civil e dall’altro migliaia di africani provenienti dai paesi subsahariani che provano ad entrare. Si calcola che dal 2000 sono morte 22 mila persone nel tentativo di raggiungere l’Europa. Le politiche di frontiera rendono sempre più rischiosa l’attraversata e mietono un numero di vittime che compete con quello dei conflitti bellici.

Immigrazione, raggiunto il picco dell’anno. L’ondata migratoria dello scorso martedì è la più importante dell’anno in termini numerici, secondo i dati forniti dalla Delegazione del Governo spagnolo e dal CETI (Centro di soggiorno temporaneo per gli immigrati). Più di 600 persone hanno tentato di oltrepassare i confini. Non mancano i feriti. La polizia marocchina, nel frattempo, sta smantellando gli accampamenti sul monte Gurugú. Le Ong denunciano l’incendio doloso del ghetto dove vive circa un migliaio di persone. La Delegazione del governo spagnolo insiste sulla “necessità di non ammettere che gli assalti di massa siano una costante” e aggiunge che quello presente “non è un modello a cui dobbiamo rassegnarci per il bene degli immigrati”.

Fonte: Repubblica

 
1 Commento

Pubblicato da su 16 febbraio 2015 in Uncategorized

 

Tag: , ,

Mozambico devastato dalle alluvioni Oltre 160 mila sfollati, 159 i morti

alluvione_mozambico

Circa 160 mila sfollati, un numero crescente di vittime, raccolti distrutti, così come centinaia di edifici scolastici. Il Mozambico è in ginocchio per l’alluvione provocata dalle violente piogge che si sono abbattute sul Paese, così come in Malawi, Zimbabwe e Madagascar. I nubifragi hanno provocato l’esondazione del fiume Zambesi e altri corsi d’acqua, come il Licungo, il Cuacua e il Mutuasi. La corrente ha spazzato via i ponti e l’allagamento ha spezzato in due l’unica autostrada che collega le province del Nord al centro del Paese, la Estrada nacional n.1. Ciò rende impossibile portare aiuti via terra alle province più colpite dall’emergenza: la Zambesia e Niassa. Era dal 1971 che nell’ex colonia portoghese non si verificavano piogge di tale entità: l’alluvione riguarda un’area vasta all’incirca come l’Italia. Secondo le previsioni meteo, le piogge dovrebbero cessare entro la metà di febbraio, ma dopo la popolazione dovrà fare i conti con le epidemie provocate dall’acqua stagnante, la fame e i prezzi dei viveri di prima necessità che già stanno salendo alle stelle. Per questo, il governo mozambicano, guidato dal neo eletto presidente Filipe Jacinto Nyusi, ha proclamato il livello massimo di emergenza

Il bilancio delle vittime

Si contano finora almeno 159 morti, ma una stima esatta sarà possibile dopo che le acque dei fiumi si saranno ritirate e sarà possibile recuperare i cadaveri. Pasquale Capizzi, responsabile per gli aiuti umanitari dell’Onu in Mozambico, ha spiegato che «molta gente è annegata nel tentativo di fuggire dalle zone allagate». Nella provincia di Zambesia l’alluvione ha provocato la caduta di dieci piloni della rete elettrica. Per questo, è da circa un mese che gli abitanti e le imprese della zona, banche comprese, sono costretti a fare i conti con black out quotidiani che rendono difficile l’accesso ai bancomat o le comunicazioni via internet e tutto il resto. Le città principali, Cuamba e Lichinga, possono contare sulla produzione di due piccole centrali idroelettriche. Per il resto, si va avanti con i generatori, finché funzionano. Ciò ha provocato proteste contro la società elettrica, la Edm, che ha spiegato di essere al lavoro per riparare il danno. Gli ospedali del centro-nord attendono invece i rifornimenti di medicinali che le Nazioni unite e il governo mozambicano stanno organizzando, attraverso voli in elicottero che, tuttavia, al momento non sono sufficienti per contrastare l’emergenza. Secondo il giornaleNoticias, circa 39 mila sfollati sono stati sistemati in trenta strutture di prima emergenza. Infine, migliaia di studenti sia in Mozambico che in Malawi sono costretti a «vacanze forzate»: fra le centinaia di edifici crollati vi sono scuole di ogni grado.

Paese isolato

È drammatica la testimonianza dei missionari e dagli operatori umanitari delle Ong italiane che lavorano in Mozambico. «Il paese rischia di essere fisicamente diviso in due: le piogge stanno causando perdite di vite umane, distruzione di case, fattore, strade. La diocesi di Guruè è isolata per il crollo dei ponti sui fiumi Namilate e Molocue» spiega monsignor Francisco Lerma, missionario della Consolata di Torino. Tra gli isolati c’è anche la missionaria lecchese Suor Dalmazia Colombo, 78 anni, da 50 in Mozambico e oggi nella missione di Ile, insieme a due consorelle. «La gente è terrorizzata, perché le piogge avevano ritardato a venire e quindi la prima semina era andata bruciata. La seconda, invece, se l’è portata via l’acqua. Ora la terza è in pericolo, perché c’è poco tempo per arrivare a maturazione: si teme una grave carestia» spiega la missionaria. «Ieri è venuto da noi un uomo a cercare un lavoro per poter sfamare i suoi figli. Lui stesso per non sentire i morsi della fame si era stretto in vita uno straccio: una tecnica che avevo già visto usare dai guerriglieri durante la guerra civile. Gli abbiamo fatto zappare le erbacce e dato 150 meticais (circa 4 euro), nonché parte della nostra cena. Non ha toccato cibo, ha messo tutto in un sacchetto e ha detto che lo avrebbe dato ai suoi bambini. Spero che il mondo non si dimentichi del Mozambico e che la comunità internazionale ci aiuti».

Fonte: Corriere.it

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 9 febbraio 2015 in Uncategorized

 

Tag: , ,

Africa Occidentale: Ebola, arrivati solo il 40% degli aiuti promessi

liberiaebola-300x186

Soltanto il 40% dei fondi promessi dalla comunità internazionale per la lotta al virus ebola ha effettivamente raggiunto i paesi colpiti.

E’ quanto sostiene lo studio condotto da una ricercatrice in sanità pubblica, Karen Grepin, della New York University, pubblicata nel British Medical Journal.

Alla fine del 2014 i paesi colpiti – in particolare Guinea, Liberia e Sierra Leone – avevano ricevuto 1,09 miliardi di dollari, a fronte di una promessa di 2,9 miliardi.

Per la Grepin, tali ritardi hanno potuto favorire la diffusione dell’epidemia e di conseguenza determinare bisogni di aiuto sempre più importanti.

Lo studio ha preso come riferimento i dati dell’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), tuttavia la ricercatrice ha notato che le agenzie sanitarie mondiali hanno avuto difficoltà nel fornire stime affidabili dei finanziamenti necessari per contrastare la propagazione del virus.

Fonte: Atlasweb

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 4 febbraio 2015 in Uncategorized

 

Tag: , ,

Autostrade e ferrovie non sono neutrali

Accordo Africa Cina

Un organismo sovranazionale continentale che firma un mega accordo con un partner nazionale. Non è la prima volta che accade ma l’entità di questo accordo è senza dubbio di dimensioni tali da farlo considerare unico.

Si tratta di una intesa – per la verità ancora un memorandum di intesa – tra l’Unione Africana e la Cina. L’ammontare dell’accordo in termini economici è di circa venti miliardi di dollari coperti in buona parte da un prestito agevolato della Cina di dodici miliardi di dollari che il primo ministro di Pechino Li Kegiang si è impegnato a garantire a tassi convenienti.
L’intesa è stata preparata in un incontro avvenuto ad Addis Abeba nel maggio scorso tra i vertici dell’Unione Africana, capeggiati dalla presidente della commissione Nkosazana Dlamini Zuma, e il primo ministro cinese.

L’obiettivo dell’accordo è quello di dotare il continente di infrastrutture, trasporti e mezzi di comunicazione, cioè autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità, reti aeroportuali.
La presidente della Commissione dell’Unione Africana ha definito l’accordo il più importante progetto firmato dall’Unione con un partner nazionale.

Fin qui la notizia ufficiale che, sembra, sia perfettamente in linea con gli avvenimenti che vengono continuamente segnalati dall’Africa. Cioè accordi commerciali ed economici con potenze asiatiche emergenti (la Cina in Particolare) per la costruzione di infrastrutture come ponti, palazzi istituzionali, centri commerciali, stadi, autostrade.

In casi come questi sarebbe però importante sapere in che linee autostradali che attraversano il continente saranno impegnati quei miliardi. Ci sono diverse opzioni: verranno costruite strade che collegano porti e aeroporti internazionali a siti minerari o agricoli all’interno del continente? Oppure verranno privilegiate strade e autostrade che collegano capitali, luoghi di lavoro simili tra paese e paese? E che infrastrutture saranno? Centri commerciali, stadi, grattacieli? O ospedali, università e scuole con tutto ciò che queste ultime infrastrutture si portano dietro, cioè insegnanti, infermieri e medici preparati e pagati?

Nel primo caso si farà un favore alla Cina che ha bisogno di investire e ottenere risorse. Si tratta di ciò che in Africa nei decenni passati hanno fatto le potenze europee e occidentali e che oggi vorrebbero fare (e fanno), appunto i cinesi.

Nel secondo caso si farà un favore agli africani. E’ ciò che l’Unione Africana avrebbe dovuto fare e che speriamo abbia fatto. Per ora, come detto, si tratta di un memorandum di intesa e i dettagli seguiranno in futuro.

Fonte: Buongiorno Africa

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 29 gennaio 2015 in Uncategorized

 

Tag: , ,

Il film Timbuktu fa entrare fa entrare l’Africa nelle nomination per gli Oscar

Timbuktu

Un “grande segnale” per la Mauritania e per l’Africa: questo il primo commento rilasciato dal regista Abderrahmane Sissako, il cui film Timbuktu è stato candidato all’Oscar come miglior film straniero.
Il film racconta racconta la storia di Kidane e della sua famiglia, che vive vicino a Timbuktu, una città nel nord del Mali. Occupata da fondamentalisti islamici, la gente di Timbuktu soffre impotente per il regime di terrore imposto dagli jihadisti.
Musica, risate, sigarette e anche il calcio sono vietati. Le donne trasformate in ombre che resistono con dignità. Ogni giorno, i nuovi improvvisati giudici emettono sentenze tragiche e assurde.
Timbuktu è il primo film mauritano ad essere candidato a un Oscar e dovrà affrontare la concorrenza di Ida (Polonia) Tangerini (Estonia) Wild Tales (Argentina) e Leviathan (Russia).

Nel 2014, Timbuktu ha vinto numerosi premi, tra cui miglior film al Durban International Film Festival, Miglior Regista al Chicago International Film Festival e il premio François Chalais al Festival di Cannes.

La nomination – ha aggiunto il regista mauritano di questo film coprodotto da Mauritania e Francia – è il riconoscimento del lavoro svolto con passione da donne e uomini di diversi paesi uniti per difendere i valori universali dell’amore, della pace e della giustizia”.
Timbuktu, città da secoli nell’immaginario europeo come simbolo di un luogo lontano e affascinante, è nota per le ricche biblioteche che ospita, per le tradizioni culturali dei suoi abitanti e per essere stato un importante centro carovaniero lungo la strada che partendo dall’Africa occidentale, attraversava il Sahel per giungere fino al Mediterraneo sfruttando lo ‘strano’ percorso del fiume Niger che prima di virare verso sud arriva fino Timbuktu.

Fonte: Cafè Africa

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 22 gennaio 2015 in Uncategorized

 

Tag: , , ,

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: