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L’Africa sui media occidentali, luoghi comuni e approssimazioni

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Stereotipi, criminalità, corruzione, povertà, malattie, guerre. È possibile che oltre un miliardo di persone in 54 Paesi, che parlano più di 2 mila lingue vivano costantemente nel caos?“. È con questa provocazione che – qualche tempo fa – è partito il progetto Talking Heads che mira a superare tali concetti generici (e pregiudizi) sull’Africa, per mostrarne invece la ricchezza di idee, contributi all’innovazione, eventi e realtà multiformi. Ricchezza oscurata da una percezione comune, alimentata dai soliti media e dalle solite news. Untentativo di mostrare l’altra Africa, quella non descritta, non raccontata, non sparata sui titoloni dei giornali forse perché troppo diversa – appunto – da quello a cui siamo stati abituati a pensare del continente.

Talking Heads è solo un esempio che dimostra la volontà e il desiderio di portare il continente alla ribalta attraverso storie diverse. Nasce dall’idea di Africa Centre, progetto panafricano, allo stesso tempo “entità fisica e viaggio filosofico che esplora come la pratica della cultura panafricana possa rappresentare un catalizzatore del cambiamento sociale“. L’idea, in sostanza, è quella di recuperare spazi reali e immaginari, riempiendoli delle voci, del fare e del pensare degli africani. Da Internet – con il progetto WikiAfrica a festival artistici – come Infecting the City. Dalla poesia – con Badilisha Poetry X-Change alla discussione sulle dinamiche e gli effetti dell’urbanizzazione del continente – con Everyday Urbanism.

Progetti ancora un po’ isolati e che trovano le loro sedi in luoghi del continente – in primis Sud Africa o Kenya – con un avanzato accesso a Internet e una certa abitudine alla multiculturalità. Si tratta di vere e proprie start-up online che comunque parlano un linguaggio concreto ed il fine è sempre quello: consentire agli africani di parlare d’Africa e convincere che c’è anche altro di cui raccontare da questa parte del mondo.

E la stampa? Ecco, il nodo cruciale rimane ancora quello, come educare editori e giornalisti affinché si impegnino a eliminare un modo stereotipato di presentare il continente ai lettori.

Ci proverà Quartz per il quale l’Africa rappresenta un mercato di grande interesse per investitori e imprese. A loro, ma anche a lettori più attenti di quelli interessati solo a coperture estemporanee, si rivolgerà Quartz Africa, la cui apertura è in programma il prossimo giugno. Iniziativa interessante, ma per cambiare il modo di fare giornalismo sull’Africa ci vuole tempo. E volontà.

La settimana scorsa 200 intellettuali, giornalisti, ricercatori, professori universitari, hanno sottoscritto e inviato una lettera a Jeff Fager, produttore esecutivo della trasmissione  60 Minutes in onda sulla CBS. Nel documento si lamenta “lo stile anacronistico delle coperture sull’Africa, che riproducono molte delle peggiori abitudini del moderno giornalismo americano nel trattare le questioni del continente“. Secondo i firmatari della lettera, nei documentari prodotti per la CBS – in particolare uno sulla salvaguardia della fauna locale e l’altro sull’ebola – gli africani sono stati lasciati in disparte, senza voce, in pratica invisibili.

A sottoscrivere la lettera di denuncia anche lo scrittore keniano Binyavanga Wainaina, il cui ‘manifesto’ su Come scrivere d’Africa, rimane sempre valido. Comincia così: Nel titolo, usate sempre le parole “Africa”, “nero, safari. Nel sottotitolo, inserite termini comeZanzibar, masai, zulu, zambesi, Congo, Nilo, grande, cielo, ombra,tamburi, sole o antico passato. Altre parole utili sono guerriglia, senza tempo,primordiale e tribale. Un testo di divertente e consapevole ironia che non risparmia nessuna delle consuete e artefatte rappresentazioni del continente.

Il “metodo acquisito” nell’approccio agli eventi che riguardano il continente continua però incontrastato nella maggior parte dei casi. Uno dei fattori è determinato dal numero esiguo di corrispondenti presenti nei Paesi africani. Quando va bene un corrispondente che ha sede – ad esempio – a Nairobi, si troverà a scrivere di eventi che accadono magari nella Repubblica Democratica del Congo. O un altro presente ad Accra, si troverà a dover seguire tutta l’Africa occidentale.

La cosa si fa anche più difficile quando dal giornalismo francofono e anglosassone – che mantengono per questioni geopolitiche uno sguardo più costante e attento sui fatti del continente – ci spostiamo sulle testate italiane. Qui l’Africa, più che mai, compare in modo assai discontinuo – e con toni ansiosi – solo se l’epidemia di ebola ha raggiunto livelli considerevoli o quando Boko Haram rapisce oltre 200 ragazze da una scuola o ancora quando Al Shabaab uccide 147 ragazzi in un campus universitario. Ne parla in molti casi andando dietro alla stampa estera e, spesso, riesce a rendersi davvero ridicola anche così. Come quel giornale che pubblica nientemeno che un intero articolo con il commento di Flavio Briatore sulla strage all’università keniana…

Di questi temi Voci Globali discuterà nel corso di un panel ospitato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Giornalismo – per noi – non è solo informazione, è anche opera educativa e di conoscenza. E se i giornalisti sono responsabili del modo di affrontare le notizie e i luoghi da cui provengono (o di trascurarli), anche il lettore, se non vuole rimanere passivo, dovrebbe sentire qualche dovere. Quello di cercare altre fonti, per esempio, quello di non fermarsi alle prime notizie, quello di leggere articoli provenienti da testate estere o di cercare voci alternative. E, soprattutto sul web, oggi queste esistono. Cito fra tutte Pambazuka, straordinaria fonte panafricana di cui Voci Globali traduce articoli e interventi firmati da accademici, scrittori, giornalisti africani. Che il continente lo conoscono meglio di chi lo racconta seduto al tavolino o dopo viaggi brevi da cui si torna con la presunzione di aver capito.

Un modo diverso di coprire il continente africano è possibile. E oggi il web e il mondo dei social stanno dimostrando la debolezza del “metodo acquisito“, scuotendolo – ormai – dalla radice.

Fonte: Vociglobali.it

 
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Pubblicato da su 7 aprile 2015 in Uncategorized

 

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Corsa all’oro per mezza Africa

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Era l’11 ottobre del 2012 quando, durante un’operazione delle autorità del Ghana contro i cercatori d’oro illegali, il cinese Chen Long fu ucciso in una miniera della regione centrale Ashanti. Aveva solo 16 anni e il suo iPad fu confuso per una pistola. Nell’arco di 24 ore, 101 cinesi furono inoltre imprigionati perché scavavano senza un regolare permesso di lavoro. Solo l’intervento dell’ambasciata della Cina in Ghana ne ha permesso la liberazione qualche giorno dopo. «Decine di migliaia di cinesi sono arrivati qui nel 2009 per cercare l’oro – afferma Su Zhenyu, segretario dell’associazione Miniere cinesi in Ghana -. Il primo gruppo approdato nella regione Ashanti nel 2006 era invece composto di soli dieci cinesi».

Nonostante il prezzo dell’oro si sia abbassato in questi ultimi anni, la ricerca di nuove miniere in Africa continua senza sosta. Grandi e piccole aziende aurifere internazionali stanno lanciando nuovi progetti di esplorazione e produzione del preziosissimo metallo. Non solo nei primi tre Paesi africani più importanti per l’oro – Sudafrica, Ghana e Mali – ma anche in zone promettenti, e fino ad oggi poco sfruttate, come Costa d’Avorio, Tanzania e Zimbabwe. «I primi campioni del progetto Dabakala in Costa d’Avorio hanno fornito risultati molto incoraggianti insieme all’identificazione di diverse nuove zone aurifere – ha recentemente dichiarato Bernard Aylward, a capo della Taruga Gold Ltd., una società australiana che lavora anche in Mali e Niger -. Questa progetto rappresenta una priorità grazie al governo ivoriano che propone leggi sempre più favorevoli all’industria mineraria».

Diverse aziende stanno infatti spostandosi in Costa d’Avorio, un Paese tradizionalmente inesplorato a causa dell’instabilità politica degli ultimi dieci anni. Ma circa il 35% delle rocce Birimian, le principali fonti d’oro in Africa occidentale con riserve per 170 milioni di once (Moz), è presente nel sottosuolo ivoriano. Mentre il 17% si trova in Ghana e il resto si divide soprattutto tra Guinea Conakry, Mali e Burkina Faso. «In Costa d’Avorio ci sono i depositi di 6 Moz a Yaoure gestiti dalla società Amara Mining, e quello di Tongon, con 4,4 Moz della Randgold resources – affermano gli esperti -. Mentre in Mali si trovano i preziosissimi depositi di Morila e Syama con 7 Moz ciascuno, e Sadiola con 13 Moz».

Inoltre, con la guerra iniziata in Mali nel 2013, la produzione del metallo giallo non è cambiata di molto: «Abbiamo prodotto 45.8 tonnellate d’oro nel 2014 rispetto alle 47 tonnellate dell’anno precedente – ha detto Lassana Guindo, consigliere tecnico del presso il governo maliano -. E le restrizioni adottate in Ghana, Senegal e Burkina Faso stanno dirigendo un alto flusso di cercatori d’oro verso il Mali».

Ma anche l’Africa orientale è teatro di nuovi progetti auriferi. «Saremo in grado di produrre oltre 450mila once d’oro nei prossimi 5 anni a 750 dollari per oncia – recita una nota della canadese Acacia mining Ltd., ex African Barrick gold Plc., riguardo alla miniera nel Nord Mara in Tanzania -. Ma c’è grande potenziale per un’eventuale espansione del sito minerario».

Fonte: Avvenire.it

 
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Pubblicato da su 30 marzo 2015 in Uncategorized

 

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Luci LED e fotovoltaico per illuminare l’Africa

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La Philips ha sviluppato una nuova linea di luci Led associate a pannelli fotovoltaici per illuminare le parti del mondo che ancora non sono collegate alla rete elettrica. Il 2015 è l’Anno della Luce per lo Sviluppo Sostenibile e numerosi progetti stanno cercando di rispondere con le tecnologie rinnovabili al bisogno delle popolazioni in via di sviluppo di illuminare villaggi, strade e case facendo a meno delle lampade al cherosene, pericolose per la salute e causa di moltissime morti per incendi ed incidenti.

La sede di Nairobi del colosso dell’illuminazione ha sviluppato la linea ‘in Africa-for Africa’, per lavorare o studiare dopo il tramonto in modo 100% ecosostenibile.

“Oggi circa 560 milioni di africani vivono senza elettricità. Per queste persone, la parola sera significa buio o la luce tremolante di una candela o di una lampada a cherosene. Gli svantaggi del cherosene sono molti; per la sicurezza, i rischi per la salute e gli alti costi (circa 50 dollari all’anno). La luminosità di queste lanterne è molto bassa e non garantisce la visibilità necessaria per molte semplici attività pratiche. L’uso della luce del sole per l’illuminazione  può significare una vera differenza nella vita di queste persone.” Ha dichiarato  Mary Kuria, General Manager di Philips Lighting East Africa.

Philips LifeLight Home è un sistema di due lampadari ed una porta USB per ricaricare dispositivi mobili. Le due luci Led garantiscono 40 ore di illuminazione con un valore di luminosità di 150 lumen, 10 volte più alto delle comuni lampade a cherosene. In base alle condizioni meteorologiche e all’attività da svolgere è possibile scegliere tra tre intensità di luminosità per gestire al meglio l’energia rinnovabile accumulata. L’alimentazione off grid è garantita dal pannello fotovoltaico  da 4 W collegato alle graziose lampade ed il prezzo di un kit è di circa 98 dollari.

“L’illuminazione LED è un imperativo strategico per Philips, specialmente quest’anno che è stato proclamato dall’UNESCO “Anno Internazionale della Luce”. Oggi 1,3 miliardi di persone in tutto il mondo non hanno accesso all’elettricità ed alla luce quando il Sole tramonta, in questo momento è la tecnologia a supportarle.” Ha spiegato Harry Verhaar, Head of Government and Public Affairs allaPhilips Lighting.

 

Fonte: Rinnovabili.it

 
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Pubblicato da su 24 marzo 2015 in Uncategorized

 

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Per papa Francesco l’Africa è più di una questione geografica

Vaticano, i primi santi di papa Francesco

Un papa che parla più di Gesù e di Vangelo che di chiesa, più di gioia, compassione e misericordia che di legge e valori non negoziabili, più di uscire e servire che di difendere e proclamare. Davvero, pochi della mia generazione ormai osavano sperare che la primavera del Concilio vaticano II sarebbe tornata.

Ma in Africa i cambiamenti promossi da papa Francesco non sono ancora arrivati. Dopotutto non abbiamo le stesse stagioni dell’Europa, e Bergoglio pubblicamente ha interagito ben poco con l’Africa, a parte i necessari appelli alla pace e qualche parola durante le visite ad limina delle conferenze episcopali africane. Durante il suo primo viaggio pastorale, a Lampedusa, lo abbiamo visto incontrarsi con africani appena sbarcati dalla costa libica. Lui era di fronte a un mondo nuovo, che non aveva mai incontrato faccia a faccia, e i profughi, in maggioranza musulmani, sì e no sapevano chi fosse il papa, tanto meno papa Francesco.

Ci sono stati altri viaggi, le prime nomine cardinalizie nel febbraio del 2014, e tra i nuovi 16 cardinali elettori c’erano due arcivescovi dell’Africa occidentale: Jean-Pierre Kutwa, di Abidjan, e il poco conosciuto Philippe Ouédraogo, di Ouagadougou, da famiglia in maggioranza musulmana, che si autodefinisce piccolo pastore della savana burkinabé. Ma a confronto con le altre nomine non costituivano una gran novità e non hanno generato grande interesse.

Nel frattempo non ci sono state nomine di africani a cariche importanti a Roma. Anche questo significa poco, perché Francesco non esprime la sua considerazione per un pastore portandolo a lavorare in Vaticano. In ogni caso l’Africa è scomparsa degli orizzonti della chiesa, mentre sono emerse con forza, ovviamente, l’America Latina e successivamente l’Asia. L’anno scorso si era parlato di una visita papale in Camerun, ipotesi che era stata suffragata da un’udienza concessa a Paul Biya, il suo presidente cattolico (ahimé per i cattolici) e figlio di catechisti. Ma qualcosa non deve aver convinto papa Francesco, probabilmente proprio il fatto che in Camerun ci sia un rapporto non del tutto chiaro tra chiesa e politica. E di visitare questo paese non si è più parlato. Chi è attento alle cose africane poi non ha mancato di notare che nel corso della prima fase del sinodo sulla famiglia, il cardinal Kasper in un’intervista ebbe una frase infelice che lasciava intravedere un giudizio molto pesante su tutto l’episcopato africano, e nessuno ritenne necessaria una puntualizzazione.

Nel secondo concistoro, celebrato nel febbraio di quest’anno, i nuovi cardinali africani elettori sono due: Berhaneyesus Souraphiel, arcieparca di Addis Abeba, e Arlindo Furtado, vescovo di Santiago di Capo Verde. Due pastori di diocesi con un piccolo numero di cattolici, periferici in tutti i sensi, ma periferici anche rispetto all’Africa nera, l’Africa della grande esplosione numerica del secolo scorso, mai vista in precedenza nella storia della chiesa. Quell’Africa che con quasi duecento milioni di fedeli in rapida crescita costituisce ormai il 17 per cento della cattolicità, e che, non dimentichiamolo, alla vigilia degli ultimi due conclavi si sentiva autorizzata a reclamare che fosse venuto il tempo di un papa africano.

La chiesa africana è assente dall’agenda di papa Francesco? Eppure in Africa molti si aspettano una sua visita. Lo scorso 26 novembre ho accompagnato un gruppo di miei ex ragazzi di strada keniani a incontrarlo dopo l’udienza generale. Sono rimasti conquistati da Francesco anche solo per i pochi istanti in cui ha detto qualche parola e hanno sentito una carezza della sua mano. Ma poi la domanda insistente era: ma quando viene in Africa? Quando viene da noi a Kibera? Non pochi altri se lo domandano in Africa.

Sappiamo che Bergoglio prima dell’elezione aveva limitato i suoi viaggi a quelli che doveva fare come pastore, e non ha mai visitato l’Africa, neanche come turista. Non era nel suo stile austero. Quindi si trova di fronte a una realtà che conosce poco, e vuole prendersi il tempo necessario per ascoltarla e capirla. Poi è venuto l’annuncio informale, sul volo che lo portava da Manila a Roma il 19 gennaio, di una probabile visita nella Repubblica Centrafricana e in Uganda entro la fine del 2015.

Perché questi due paesi?

Andare nella Repubblica Centrafricana, se pure sarà possibile per l’enorme rischio sicurezza, significa immergersi in tutte le debolezze dell’Africa. Innanzitutto per la guerra, e le violenze sulla popolazione civile. Poi, perché è un paese con grandi ricchezze naturali che non è mai stato veramente indipendente, conteso tra multinazionali, sotto la minaccia del fondamentalismo islamico, dove tribalismo e rivalità religiose sono esplose negli ultimi tre anni.

Un paese dove la chiesa è sfidata dalla necessità di dialogare, e di dialogare da una posizione di debolezza. Un paese dove la mondanità del clero, per usare un termine bergogliano, in contrasto con la povertà generalizzata, aveva raggiunto livelli che hanno costretto nel 2009 all’intervento di Roma. Le relazioni dei vescovi locali alla Santa Sede avevano per anni tenuto nascosta una situazione di corruzione di una buona parte del clero, avido di potere e di soldi, a cui i vescovi non sapevano più come reagire, o a cui avevano scelto di aderire. Ci vollero un nunzio vietnamita e poi un nunzio nigeriano e un visitatore apostolico, l’allora segretario della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, monsignor Robert Sarah, guineano, oggi cardinale prefetto della congregazione per il culto divino, per rimuovere il problema, decapitando così anche alcune diocesi. Da come abbiamo imparato a conoscere papa Francesco, che ama andare alla radice dei problemi, non è certamente un caso che abbia scelto questo paese come meta del suo primo viaggio africano.

In quanto a essere snodo di problemi geopolitici, l’Uganda non ha meno possibilità di rappresentare i problemi africani e le periferie del mondo, con un presidente al potere da 29 anni che interferisce pesantemente, anche manu militari, nei paesi vicini, e con i suoi popoli nomadi del nord ancora tagliati fuori dallo sviluppo, sia pur disuguale, del resto del paese. Ma forse a Francesco interessa di più per un’altra rappresentatività, cioè quella dell’impegno laicale. Con i suoi 22 martiri della fine dell’ottocento, e i beati catechisti Daudi e Jildo del 1918, questo paese ha donato alla chiesa africana il numero più alto di canonizzati nei tempi moderni. Con una particolarità: contrariamente a quanto è successo nel resto del mondo, tra i santi e i beati africani dei tempi moderni ci sono solo due suore, e non c’è nessun prete (a parte il beato nigeriano Cyprian Tansi, che però ha vissuto nel Regno Unito). Vorrà Francesco fare dell’impegno laicale per la giustizia e la pace il tema dominante della sua tappa in Uganda?

Allora il ritardo di Francesco nel guardare all’Africa si spiega con il desiderio di ascoltarla e capirla, prima di aiutarla a riprendere il cammino. Centrafrica e Uganda sono due paesi che daranno a Francesco l’occasione per parlare di problemi veri, dei poveri e della chiesa e dei suoi pastori. Su tutto domineranno i temi della pace e del dialogo con l’islam, temi globali che hanno però risonanze drammatiche in Africa.

Per troppo tempo i problemi dell’Africa sono stati nascosti sotto il tappeto. Si era arrivati al primo sinodo africano nel 1994 con tante speranze, ma poi mancò la parresia, la franchezza nell’esprimersi, su cui oggi Francesco tanto insiste. Così il sinodo riconobbe formalmente l’idea di inculturazione, cioè del necessario dialogo tra Vangelo e diverse culture locali per un reciproco arricchimento, ma ai teologi che vi avevano lavorato non fu permesso di partecipare e poi furono progressivamente messi a tacere.

Oggi di inculturazione non si parla più, e ancor meno la si fa e la si vive. Quel sinodo enfatizzò la necessità dell’impegno dei cristiani per la giustizia sociale. Son stati fatti pochi progressi. In troppi paesi africani i leader religiosi sono assenti dal dibattito pubblico, e accettano passivamente un’agenda sociale profondamente ingiusta. Si adagiano in una commistione tra potere politico e servizio pastorale tutta a loro svantaggio, in cui uomini politici prendono la parola nelle chiese e nei servizi religiosi, facendoli apparire alleati del potere. Recentemente un amico africano mi faceva notare come, durante l’insediamento di un vescovo nella sua nuova diocesi, la classe politica locale abbia partecipato in massa dando l’impressione alla comunità che si trattasse dell’insediamento di un funzionario governativo. E questo succede in troppi paesi.

Abbiamo decantato per anni la giovinezza e freschezza della fede e della chiesa africana. Ma se questo resta vero per la gente semplice, alla periferia del potere, la chiesa dei pastori rischia di invecchiare precocemente e di gestire il servizio dell’autorità con modi che sono diventati vecchi e inaccettabili nei paesi da cui sono partiti i missionari che hanno evangelizzato l’Africa negli ultimi due secoli.

L’Africa non è solo geografia. Per la geografia è solo un continente dall’altra parte di un mare, neanche tanto grande. Ma la cultura e l’etica africane sono radicate in terreni molto più lontani di quelli geografici. Perché la chiesa metta radici profonde in Africa forse dovrebbe ripartire dalle profondità del cuore, là dove gli uomini si incontrano tra loro e dove incontrano Gesù.

Papa Francesco con la sua capacità di limpida testimonianza, sincerità, parresia e, più ancora, la sua vicinanza ed empatia con i poveri, può offrire alla chiesa africana uno stimolo straordinario per ripartire dal cuore.

Fonte: Internazionale

 
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Pubblicato da su 17 marzo 2015 in Uncategorized

 

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La nostra energia “verde” parte dal Marocco per conquistare l’Africa

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L’Africa chiede energia verde. Sulla quale spicca, buon per noi, il tricolore. Dall’Egitto alla Tunisia per arrivare, più a ovest, al paese che ci sta già riservando grandi soddisfazioni: il Marocco. Il più ricco di ambizioni occidentali, il più solido nelle istituzioni che posso rendere credibile questo processo, ma il più povero di risorse energetiche proprie. Se non fosse per il sole, che lì non manca di certo. L’Italia? Presente.

Ha solo pochi mesi di vita il progetto Solar Breeder per creare, in alleanza con il governo marocchino, un distretto industriale autoalimentato ad energia fotovoltaica confezionato e cogestito da un pool di imprese tutte italiane. E già si guarda all’evoluzione successiva. Solar Breeder non sarà solo un avamposto produttivo per (e con) l’energia verde, piazzato nell’area di Ben Guerir, trasformata in “green city” e incubatore tecnologico per volere diretto del Re del Marocco Muhammad VI. Sarà anche, a maggior ragione, un laboratorio per mettere a punto la transizione del paese africano verso un modello di energia basato sulla concorrenza, sul mercato, sulla competizione tra tecnologie e imprese. All’insegna, anche qui, del made in Italy.

Tecnologia e regole
A Rabat hanno studiato bene le carte, hanno scandagliato ciò che abbiamo fatto in Italia. Hanno evidentemente constatato che nonostante qualche pasticcio nell’erogazione degli incentivi all’energia solare abbiamo maturato ottime competenze. E per assicurarsi la transizione verso un modello avanzato che punti anche e soprattutto sulle energie verdi il governo marocchino ha chiamato all’appello proprio il nostro manovratore istituzionale dell’energia rinnovabile: il Gse, la società pubblica per i servizi energetici guidata da Nando Pasquali che ha sotto le sue ali anche la ricerca di settore attraverso il Rse, già partner di Solar Breeder.
Appuntamento a fine mese. Per firmare, questa l’intenzione, un nuovo patto: saremo noi italiani ad aiutare il Marocco a disegnare non solo la cittadella industriale verde ma anche l’evoluzione energetica verso la concorrenza e il mercato. Bisognerà allestire un moderno sistema di controllo delle reti ma anche, sul versante più propriamente istituzionale, l’Authority per la vigilanza e la regolamentazione del settore. Per mutuo interesse, naturalmente. Il Marocco ne ricaverà una forte spinta alla modernizzazione, l’Italia non solo potrà fare ottimi affari ma potrà insediare proprio lì un laboratorio per affinare ulteriormente le sue competenze, anche tecnologiche: è prevista tra l’altro la costruzione di un laboratorio coordinato dall’Rse per testare i sistemi di accumulo a batteria al servizio delle energie rinnovabili.

Il Governo ci crede
Palazzo Chigi ci crede. E promette di oliare l’operazione. Ci sarà bisogno del supporto diretto del nostro Ministero dello Sviluppo economico, dove si sta esaminando proprio in questi giorni il dossier. Che darà, nel caso, una nuova importante caratura istituzionale al progetto Solar Breeder, coordinato da Kenergia, la società guidata da Giovanni Simoni (protagonista dell’associazionismo del settore e buon visionario degli scenari energetici) insieme a una squadra ben articolata in competenze e capacità, come Brandoni solare, Friem, appunto il Rse, Moroni & Partner, Saet, Raptech. Il tutto con un’alleanza societaria e operativa con la locale Societé d’Investissment Energetique (SIE) che prevede investimenti iniziali per oltre 22 milioni di euro, per il 40% a carico del partner locale. “Con l’obiettivo tra l’altro di fabbricare nel primo anno moduli fotovoltaici ad alta efficienza per 50 megawatt” fa sapere Giovanni Simoni.”Ma è solo un punto di partenza” insiste. Il piano di Rabat sulle fonti rinnovabili traguarda 2mila megawatt fotovoltaici a fine 2019. Con un’ambizione, che Simoni sposa in pieno: dimostrare che in certe condizioni, che in Marocco esistono in pieno, l’evoluzione tecnologica dell’energia solare consente già oggi di produrre elettricità ad un costo assolutamente competitivo rispetto alle centrali tradizionali, quelle che bruciano idrocarburi ma anche quelle atomiche.

Nuovi orizzonti
Per rafforzare il consorzio marocchino “le opportunità ci sono eccome. Siamo solo al punto di partenza – azzarda Simoni – per un processo di intese e investimenti che vedrà coinvolte, oltre alle imprese italiane che ci seguono e ci vorranno seguire anche le banche e gli imprenditori privati locali”. E non c’è solo il Marocco. Tant’è che Solar Breeder sta già allargando i suoi orizzonti. A fine gennaio ad Abu Dhabi, in occasione del World Future Energy Summit, è stato battezzato Solar Breeder International (SBI), la società con la quale si vuole esportare il modello marocchino in giro per il mondo.

Fonte: Il Sole 24 ore

 
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Pubblicato da su 4 marzo 2015 in Uncategorized

 

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L’Africa, tra business ed ecosostenibilità

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Nell’era del multiculturalismo e della globalizzazione, l’internazionalizzazione delle imprese e l’intercettazione dell’evoluzione dei mercati strategici costituiscono una prassi che accomuna ormai tutti gli attori del mercato globale. È in Africa, più precisamente nell’area Subsahariana, che gli attori internazionali pubblici e privati puntano la propria lente d’ingrandimento, ritenendola terra di business e dalle grandi opportunità economiche.

Ed è proprio nello spazio del termine “opportunità” – che lascia presagire prospettive ampie e variegate – che ormai da qualche tempo si è aperto un dibattito legato ai tanti dilemmi posti dalla globalizzazione. A contrapporsi due visioni: una che ritiene la presenza delle multinazionali in Africa come un forte impulso allo sviluppo di Paesi e popolazioni e l’altra, più diffidente e pessimista, che tende ad esecrare nazioni ed investitori stranieri considerandoli alla stregua di usurpatori di terre e diritti.

Mettendo da parte gli aspetti generali riguardanti il tema degli investimenti nell’Africa Subsahariana, si vuole in questa sede richiamare l’attenzione su uno dei settori che in quei territori è in forte espansione – l’agricoltura – e sull’influenza che giocano gli attori esterni in un’area economicamente strategica per quel che riguarda una dimensione di business che, secondo le previsioni della Banca Mondiale, darà luogo ad un giro d’affari di 1.000 miliardi di dollari entro il 2030.

L’area geografica dell’Africa Subsahariana presenta Paesi con economie diversamente sviluppate, dove la ricchezza derivante da fonti naturali, la sostanziale stabilità politica (eccezion fatta per gli Stati della fascia centro-equatoriale), una classe media emergente e la propensione all’utilizzo delle nuove tecnologie sembrano aver allontanato lo scetticismo diffuso che agli inizi del ventesimo secolo non lasciava spazio a grandi aspettative, data anche la diffusa presenza di guerre, epidemie e carestie in molti territori. Nigeria e Sudafrica, che attualmente risultano le prime economie del Continente, non sono le uniche ad aver contribuito alla crescita regionale dell’Africa Subsahariana; anche Mozambico, Angola e Ghana, infatti, hanno concorso a produrre un incremento positivo del PIL, che si è attestato al 4,7% medio annuo tra il 2000 e il 2012.

Continua…

Fonte: Bloglobal.it

 
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Pubblicato da su 27 febbraio 2015 in Uncategorized

 

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Nigeria, il suo futuro e quello dell’intera Africa

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Il prossimo voto – se e quando avverrà – in Nigeria per scegliere il presidente della Repubblica è più di una elezione, non assomiglia alle consultazioni elettorali che si sono succedute ogni quattro anni dopo la restaurazione di un sistema democratico basato sul multipartitismo. Per la prima volta non c’è un candidato pressoché sicuro di vincere prima che gli elettori vadano alle urne. E questo può essere il segno della maturità raggiunta dalle istituzioni politiche. L’altra novità – non propriamente di buon auspicio – è che di uno dei candidati maggiori, che è anche il presidente uscente, si contesta lo stesso diritto di “correre”.

Quell’accordo sull’alternanza cristiani-musulmani. Goodluck Jonathan è stato presidente per un mezzo termine come vice di un presidente morto durante il suo primo mandato, è stato eletto quattro anni fa e si presenta per quello che si potrebbe configurare come un terzo mandato (che sarebbe vietato dalla Costituzione). Come se non bastasse, Jonathan è un cristiano del Sud e un accordo sull’onore fra le due maggiori comunità religiose, di cui esistono peraltro anche delle versioni scritte, contempla il principio dell’alternanza fra un cristiano del Sud e un musulmano del Nord, con la facoltà di restare al potere per due mandati e non di più. Mentre Jonathan argomenta che i suoi primi anni come presidente appartengono ad una consultazione in cui a imporsi fu un musulmano, gli avversari, di fatto la componente musulmana della popolazione e delle forze in campo, ritengono che il capo dello Stato stia infrangendo il tabù del terzo mandato. Il caso non ha precedenti e non esistono pronunce o interpretazioni capaci di fare testo.

Un’ulteriore frattura nei rapporti: possibili esiti gravi. Un’ulteriore incrinatura della fiducia fra cristiani e musulmani, già messa a dura prova da una diversa percezione dei risultati della politica in generale, potrebbe avere effetti gravissimi in tutto il Paese. L’insorgenza islamista che fa capo a Boko Haram è solo un aspetto, di per sé drammatico e calamitoso, dell’ardua convivenza in Nigeria fra Nord e Sud e fra musulmani e cristiani. Il quadro d’insieme può sembrare contraddittorio. Dal Nord sono venuti molti dirigenti del governo centrale (quasi tutti i capi dello Stato o delle giunte militari fino all’era Obasanjo). Il governo e l’esercito federale hanno soffocato la secessione tentata nel 1967 dalla regione sud-orientale con il nome di Biafra e capitale Enugu: è trascorso quasi mezzo secolo, ma la memoria della guerra è ancora viva e il sentimento delle popolazioni del Delta è di aver subito un sopruso.

Nel Nord i centri del sapere islamico, a Sud gli affari. Nel Nord sono situate le città che hanno fatto la storia degli hausa-fulani e le università sedi del sapere islamico. Ma sono nel Sud i centri del commercio con il mondo esterno e le fondamenta dell’economia, si tratta dall’oil (olio di palma) all’oil (petrolio). Si è formato nel Sud, fra gli yoruba e gli igbo (due etnie, rispettivamente del Sud Ovest e del Sud Est, n.d.r.) il pensiero e il movimento nazionale che si è fatto tramite dei modelli venuti dall’Europa. Secondo la storiografia nigeriana, fondata da J. F. A. Ajayi (storico nigeriano n.d.r.) il dominio europeo ha interrotto ed espropriato un processo di centralizzazione e, in ultima analisi, di modernizzazione ispirato dall’esperienza islamica, che culminò all’inizio dell’Ottocento nell’impero di Sokoto. Con l’avvento del colonialismo, il fulcro della statualità e del progresso si è spostato verso le regioni meridionali, aprendo un contenzioso che ha avvelenato le vicende della Nigeria indipendente. Anche oggi la “modernità” viene declinata piuttosto sui metri della società del Sud, che è quella più segnata anche esteriormente dall’influenza del mondo coloniale-occidentale.

Un presidente delegittimato.
Una delegittimazione di Goodluck Jonathan – con il disconoscimento del suo eventuale successo da parte del rivale più accreditato, Muhammadu Buhari, che si presenta alla testa dell’All Progressive Congress come il portavoce dei musulmani, o per l’impossibilità di votare in tutta sicurezza in certe zone del Nord-Est, malgrado il rinvio dal 14 febbraio al 28 marzo – finirebbe per riproporre quell’insieme di fatti storici e narrative deformanti che costituisce la “questione settentrionale”. Jonathan è pur sempre il candidato del People’s Democratic Party, che è considerato il partito maggioritario e ha espresso tutti i presidenti da Olusegun Obasanjo (1999-2007) in poi (compreso il musulmano Umar Yar’Adua, che si affermò nel 2007 alla testa del ticket che comprendeva anche Jonathan). Il contraccolpo negativo non peserebbe solo sulle sorti della stabilità interna. La Nigeria è il “gigante” dell’Africa e le conseguenze non si fermerebbero alla Nigeria.

I più ricchi, ma con enormi sacche di povertà. Da quando un diversa misurazione l’ha elevata al primo posto nella graduatoria dei paesi africani per volume dell’economia, detronizzando il Sud Africa, con cui è in lizza per l’egemonia nel continente, la Nigeria ha responsabilità che riguardano appunto tutta l’Africa (e non solo perché i combattimenti, di e contro Boko Haram, si stanno estendendo verso il Ciad e il Camerun). L’emergenza indotta dal jihadismo si concilia poco con le ambizioni di leadership. Non per niente è il Sud Africa e non la Nigeria a rappresentare l’Africa nei Brics e nel G20. La Nigeria rischia di essere essa stessa un “buco nero”. Molti dati del profilo socio-economico della Nigeria, del resto, sono ancora da Paese molto sotto la soglia dello sviluppo e lontano da un’eguaglianza almeno accettabile. La grandezza della Nigeria appare tanto più rilevante perché essa si trova in una regione, l’Africa occidentale, molto spezzettata. La “balcanizzazione” paventata da Léopold Sédar Senghor (politico e poeta senegalese n.d.r.)  non trovò rimedio al momento della decolonizzazione in funzione dei residui disegni di egemonia nutriti dalla Francia e il nazionalismo territoriale ha fatto il resto.

Lo “sganbetto” e le mire dei francesi.
In Africa occidentale la Nigeria detiene quasi naturalmente una posizione di preminenza. È con tutta evidenza la potenza leader dell’organizzazione regionale per l’Africa occidentale, l’Ecowas, ed ha spesso forzato l’agenda di un’associazione eminentemente economa utilizzandola in operazioni di peace-enforcing in Liberia e Sierra Leone. Non è scontato che una simile sovraesposizione della Nigeria, che capitanò sia l’una che l’altra forza d’intervento, si sarebbe potuta verificare e potrebbe ripetersi in un paese francofono. Al tempo della guerra innescata dall’auto-proclamazione dell’indipendenza del Biafra, la Nigeria subì, se mai, una specie di offensiva francese o francofila. Se nel 2013 il governo di Hollande anticipò i tempi dell’operazione in Mali senza aspettare la formazione di un esercito africano, come prescrivevano le decisioni dell’Onu, fu anche perché di quell’esercito la Nigeria sarebbe stata ovviamente il perno.

La discrasia Nord-Sud sfruttata da Boko Haram. Il governo nigeriano non condivide la preconcetta ostilità del Sud Africa per la gestione extrafricana delle crisi africane. Per la sua posizione geopolitica e per la virulenza dell’attacco di Boko Haram, la Nigeria è più esposta alle crisi in cui compaia la minaccia jihadista e si rifugia sotto l’ombrello della war on terror. Passata la prima sorpresa, anche nella vicenda del Mali ha finito per offrire collaborazione alla Francia mettendo da parte i risentimenti. Per far fronte a Boko Haram, la Nigeria partecipa a progetti multinazionali che hanno coinvolto, oltre ad altri paesi dell’area saheliana, anche Parigi: se una simile coalizione può conferire qualche vantaggio sul piano militare (ma finora i risultati sono stati scarsi), essa rischia di  avere effetti controproducenti sulla compattezza nazionale toccando sensibilità di sovranità e identità molto delicate. Boko Haram, benché incompatibili con lo stragismo, i rapimenti e la costrizione di donne e bambini, sbandiera insegne come il patriottismo e il buon governo sfruttando spietatamente la discrasia fra Nord e Sud per reclutare adepti e allargare il consenso.

Gli islamisti fanno dimenticare gli altri problemi. Sul modo di condurre la repressione il dibattito è aperto ai vari livelli della società nigeriana. I due partiti maggiori si accusano a vicenda di speculare sulla ribellione a fini elettorali. Non tutti accettano gli eccessi di “militarizzazione” anche sul versante della risposta dello Stato all’attacco di Boko Haram. Un quinto del bilancio dello Stato serve a finanziare difesa e forze armate. Nei comandi dell’esercito sarebbe in atto una faida fra i fautori del Security First e gli ufficiali che credono di più in una strategia politica. Il fanatismo dei miliziani di Abubakar Shekau fa dimenticare i problemi socio-economici e religiosi. Un dialogo per la concordia nazionale è stato sollecitato anche da un consesso con la partecipazione delle massime autorità di tutte le fedi religiose.

Fonte: Repubblica

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2015 in Uncategorized

 

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Africa Subsahariana, 1 milione di euro dalla Spagna per il 2015 ma rimane alta la tensione lungo la frontiera

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“Apia”, Appoggio alle Politiche inclusive nell’Africa Subsahariana, è il nome delnuovo programma di cooperazione che la Spagna ha presentato la scorsa settimana. L’obiettivo – ha detto il ministro José Manuel García-Margallo – è di “aiutare uno sviluppo più sostenibile ed inclusivo”. Nel 2015, 1 milione di euro verrà destinato ad implementare le strategie nazionali in termini di uguaglianza, educazione e trasparenza. Nel frattempo cresce la tensione lungo i confini di Ceuta e Melilla. Ricorre proprio in questi giorni l’anniversario della morte dei 15 migranti, deceduti mentre tentavano di raggiungere a nuoto la spiaggia spagnola di El Tarajal. E, ancora in questi giorni, deportazioni illegali, violazioni di diritti umani e il sogno infranto di entrare in Spagna per centinaia di africani.

“Un granello di sabbia nelle politiche di sviluppo”. La crescita macroeconomica, che negli ultimi anni ha caratterizzato l’Africa Subsahariana, abbisogna di politiche inclusive che non reiterino le disuguaglianze. A partire dal 1° gennaio, la Spagna è membro non permanente del Consiglio Generale dell’ONU. Ciò, secondo il ministro García-Margallo, consente al continente africano di ricevere un appoggio concreto: “La nostra voce è la sua voce. L’Africa ha in Spagna un amico”. Attraverso un “compromesso strategico e multidimensionale”, la penisola iberica intende supportare il processo di crescita di cui i paesi dell’Africa Subsahariani sono protagonisti, a partire dall’elaborazione, formulazione ed esecuzione delle politiche pubbliche inclusive.

Progetti su richiesta: 6 i paesi beneficiari. Il rischio che siano riproposte logiche di disuguaglianza fra i cittadini pone l’accento sulla necessità di rendere accessibili i servizi primari, quali l’educazione, la salute, l’energia e il credito. Maggiore partecipazione della popolazione, in particolar modo delle donne, è uno degli obiettivi principali dell’Apia. I paesi beneficiari, al momento, sono sei: Senegal, Mali, Niger, Etiopia, Mozambico e Guinea Equatoriale. Non è stata ancora effettuata una ripartizione della somma stanziata. L’Agenzia di Cooperazione spagnola ha deciso di finanziare i progetti a seconda delle richieste dei paesi. Sono arrivate numerose proposte da parte dei governi e delle organizzazioni civili, che ora attendono di essere vagliate.

Fuori: costi quel che costi. A un anno dalla morte dei 15 migranti di cui ancora non si conosce l’identità, le frontiere spagnole in Marocco continuano ad essere luoghi di tensione e violazioni. Gas lacrimogeni, proiettili di gomma, operazioni di rimpatrio immediato anche per i rifugiati minorenni. Nulla è cambiato. È questa la quotidianità lungo i confini di Ceuta e Melilla: da un lato la Guardia Civil e dall’altro migliaia di africani provenienti dai paesi subsahariani che provano ad entrare. Si calcola che dal 2000 sono morte 22 mila persone nel tentativo di raggiungere l’Europa. Le politiche di frontiera rendono sempre più rischiosa l’attraversata e mietono un numero di vittime che compete con quello dei conflitti bellici.

Immigrazione, raggiunto il picco dell’anno. L’ondata migratoria dello scorso martedì è la più importante dell’anno in termini numerici, secondo i dati forniti dalla Delegazione del Governo spagnolo e dal CETI (Centro di soggiorno temporaneo per gli immigrati). Più di 600 persone hanno tentato di oltrepassare i confini. Non mancano i feriti. La polizia marocchina, nel frattempo, sta smantellando gli accampamenti sul monte Gurugú. Le Ong denunciano l’incendio doloso del ghetto dove vive circa un migliaio di persone. La Delegazione del governo spagnolo insiste sulla “necessità di non ammettere che gli assalti di massa siano una costante” e aggiunge che quello presente “non è un modello a cui dobbiamo rassegnarci per il bene degli immigrati”.

Fonte: Repubblica

 
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Pubblicato da su 16 febbraio 2015 in Uncategorized

 

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Africa Occidentale: Ebola, arrivati solo il 40% degli aiuti promessi

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Soltanto il 40% dei fondi promessi dalla comunità internazionale per la lotta al virus ebola ha effettivamente raggiunto i paesi colpiti.

E’ quanto sostiene lo studio condotto da una ricercatrice in sanità pubblica, Karen Grepin, della New York University, pubblicata nel British Medical Journal.

Alla fine del 2014 i paesi colpiti – in particolare Guinea, Liberia e Sierra Leone – avevano ricevuto 1,09 miliardi di dollari, a fronte di una promessa di 2,9 miliardi.

Per la Grepin, tali ritardi hanno potuto favorire la diffusione dell’epidemia e di conseguenza determinare bisogni di aiuto sempre più importanti.

Lo studio ha preso come riferimento i dati dell’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), tuttavia la ricercatrice ha notato che le agenzie sanitarie mondiali hanno avuto difficoltà nel fornire stime affidabili dei finanziamenti necessari per contrastare la propagazione del virus.

Fonte: Atlasweb

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2015 in Uncategorized

 

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Autostrade e ferrovie non sono neutrali

Accordo Africa Cina

Un organismo sovranazionale continentale che firma un mega accordo con un partner nazionale. Non è la prima volta che accade ma l’entità di questo accordo è senza dubbio di dimensioni tali da farlo considerare unico.

Si tratta di una intesa – per la verità ancora un memorandum di intesa – tra l’Unione Africana e la Cina. L’ammontare dell’accordo in termini economici è di circa venti miliardi di dollari coperti in buona parte da un prestito agevolato della Cina di dodici miliardi di dollari che il primo ministro di Pechino Li Kegiang si è impegnato a garantire a tassi convenienti.
L’intesa è stata preparata in un incontro avvenuto ad Addis Abeba nel maggio scorso tra i vertici dell’Unione Africana, capeggiati dalla presidente della commissione Nkosazana Dlamini Zuma, e il primo ministro cinese.

L’obiettivo dell’accordo è quello di dotare il continente di infrastrutture, trasporti e mezzi di comunicazione, cioè autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità, reti aeroportuali.
La presidente della Commissione dell’Unione Africana ha definito l’accordo il più importante progetto firmato dall’Unione con un partner nazionale.

Fin qui la notizia ufficiale che, sembra, sia perfettamente in linea con gli avvenimenti che vengono continuamente segnalati dall’Africa. Cioè accordi commerciali ed economici con potenze asiatiche emergenti (la Cina in Particolare) per la costruzione di infrastrutture come ponti, palazzi istituzionali, centri commerciali, stadi, autostrade.

In casi come questi sarebbe però importante sapere in che linee autostradali che attraversano il continente saranno impegnati quei miliardi. Ci sono diverse opzioni: verranno costruite strade che collegano porti e aeroporti internazionali a siti minerari o agricoli all’interno del continente? Oppure verranno privilegiate strade e autostrade che collegano capitali, luoghi di lavoro simili tra paese e paese? E che infrastrutture saranno? Centri commerciali, stadi, grattacieli? O ospedali, università e scuole con tutto ciò che queste ultime infrastrutture si portano dietro, cioè insegnanti, infermieri e medici preparati e pagati?

Nel primo caso si farà un favore alla Cina che ha bisogno di investire e ottenere risorse. Si tratta di ciò che in Africa nei decenni passati hanno fatto le potenze europee e occidentali e che oggi vorrebbero fare (e fanno), appunto i cinesi.

Nel secondo caso si farà un favore agli africani. E’ ciò che l’Unione Africana avrebbe dovuto fare e che speriamo abbia fatto. Per ora, come detto, si tratta di un memorandum di intesa e i dettagli seguiranno in futuro.

Fonte: Buongiorno Africa

 
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Pubblicato da su 29 gennaio 2015 in Uncategorized

 

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