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Africa chiama Italia. E il made in Italy risponde. Con una nuova fiera itinerante

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Africa cerca Italia. Non per ottenere aiuti, in questo caso, ma per acquistare prodotti del made in Italy. Mariam Cristine Scandroglio, ivoriana che a 3 anni è stata adottata da una famiglia milanese, non ha dubbi: «L’Africa sub-sahariana rappresenta la nuova frontiera per l’internazionalizzazione delle imprese italiane; Paesi che ancora recentemente figuravano agli ultimi posti delle classifiche internazionali per il potenziale di attrazione dei loro mercati, sono ora considerati tra i più promettenti a livello mondiale».

Per questo Scandroglio ha creato a Trezzano sul Naviglio la società Progetto Il Ponte che organizzerà, nell’autunno del prossimo anno, Fieritaly. Una vetrina itinerante di prodotti italiani. Itinerante perché Fieritaly si sposterà dalla Costa d’Avorio al Burkina Faso per trasferirsi poi in Togo ed in Etiopia. «I settori coinvolti – prosegue Scandroglio – spaziano dal turismo alla cosmesi, dall’agroalimentare alla salute, dalla moda all’artigianato, dall’arredamento alle tecnologie ed alle costruzioni».

D’altronde il tasso medio annuo di crescita del Pil è passato dal 2,6% del 2000 al 4,9% del 2010 con prospettive di salire al 6% nel 2020. E le famiglie della classe media, 18 milioni nel 2000, diventeranno 45 milioni nel 2020. Ancor più rilevante la crescita degli investimenti diretti esteri, dai 16 miliardi di euro del 2000 ai 400 miliardi previsti per il 2020.

Dunque non mancano gli spazi e le opportunità per le aziende del made in Italy. Non per quelle che delocalizzano, precisa Scandroglio, ma per quelle che producono realmente in Italia. Ed è evidente che chi riuscirà a conquistare per primo i mercati africani sub sahariani ed a fidelizzarli, potrà successivamente beneficiare di rendite di posizioni non secondarie. Anche per una eventuale espansione in Paesi vicini. D’altronde la Cina è già arrivata e ha cominciato a sviluppare una forte rete commerciale. Ma il made in Italy può contare, secondo Il Ponte, su un vantaggio rappresentato dal rientro in patria di una parte della diaspora africana. Giovani che hanno studiato in Europa, soprattutto in Francia, e che hanno conosciuto ed apprezzato i prodotti europei ed italiani, non quelli cinesi. E che, tornando in Africa, vorrebbero continuare ad acquistare la qualità e lo stile del made in Italy.

Fonte: Il Sole 24 ore

 
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Pubblicato da su 12 dicembre 2014 in Uncategorized

 

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Ebola, a rischio interscambi tra Africa e Italia

Medical staff working with Medecins sans Frontieres prepare to bring food to patients kept in an isolation area at the MSF Ebola treatment centre in Kailahun

«L’Ebola rischia di soffocare la già fragile economia dei Paesi colpiti, in particolare per quella derivante dagli investimenti esteri», è l’allarme di Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale. «Le aziende occidentali presenti in Sierra Leone, Liberia, Guinea e Nigeria – continua – stanno subendo notevoli difficoltà nel mantenere, sui livelli pre-malattia, esportazioni e produzioni».

Ad espandersi, prima del virus, sono le conseguenze dell’allarmismo che esso produce: «La paura del contagio ha spinto la Costa d’Avorio, principale produttore di cacao, a chiudere le frontiere ai lavoratori provenienti dagli Stati limitrofi con immediata grave ripercussione sul prezzo della materia commercializzata alla base del cioccolato; il Marocco ha annullato la Coppa d’Africa – prosegue -, l’India un vertice internazionale già programmato, l’Australia ha avvisato che chiuderà le rotte aeree, molti Paesi stanno invitando i propri connazionali ad un veloce e repentino rientro e le aziende rischiano seriamente di chiudere». «È il momento di stare vicino all’Africa anche per non perdere occasioni di sviluppo economico: lo diremo chiaramente nella conferenza stampa convocata per il 3 novembre nella sede di ItalAfrica in Roma alla presenza degli ambasciatori dei Paesi colpiti: saranno illustrati procedure e controlli adottati da ogni singolo Stato – conclude – al fine di non scoraggiare le normali attività di scambio di merci e persone valutabili in circa 2 miliardi ogni anno. L’Italia, con l’imminente Expo, non può permettersi di chiudersi all’Africa».

Fonte: Il Sole 24 ore

 
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Pubblicato da su 20 ottobre 2014 in Uncategorized

 

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Ebola, Onu: La lotta contro l’epidemia è una “guerra”

EBOLA: ONU METTE IN GUARDIA, PREPARARSI A FIAMMATA EPIDEMIA

Il coordinatore Onu contro il virus Ebola David Nabarro, ha affermato che la lotta contro l’epidemia è una “guerra”, che non è stata ancora vinta e che per sconfiggerla ci vorranno almeno sei mesi. Nel corso di una conferenza stampa in Sierra Leone, Nabarro ha precisato. “Spero che (questa guerra, ndr) finisca entro sei mesi, non dobbiamo fermarci. Non abbiamo ancora vinto”. Nabarro ha poi aggiunto che è “impossibile” vincere questa battaglia se le compagnie aeree non serviranno i Paesi toccati dal virus.

MORTO MEDICO LIBERIANO TRATTATO CON SIERO SPERIMENTALE – Un medico liberiano malato di Ebola trattato con un siero sperimentale americano è morto la notte scorsa: lo ha annunciato il ministro liberiano dell’Informazione Lewis Brown. Il dottor Abraham Borbor “ha mostrato segni di miglioramento ma alla fine è deceduto”, ha detto il ministro. Due altri medici trattati che hanno ricevuto il siero ZMapp “sono ancora sotto trattamento e ci sono segni di speranza”, ha aggiunto il ministro.

INFERMIERE ‘EROE’ IL PRIMO PAZIENTE BRITANNICO – Un infermiere eroe, che laddove molti suoi colleghi decidevano di non stare a contatto coi malati di ebola in Sierra Leone lui si era offerto volontario per farlo. E’ William Pooley, 29 anni, il primo cittadino britannico affetto dal virus che nella notte è arrivato dall’Africa all’Inghilterra con un volo speciale ed è stato ricoverato in una unità altamente isolata al Royal Free Hospital di Londra. Come rivela il Daily Mail, Pooley è di Woodbridge, in Suffolk, e da cinque settimane lavorava come volontario al centro per il trattamento dell’ebola a Kenema, in Sierra Leone. L’infermiere viene descritto come infaticabile e coraggioso. ”Abbiamo perso per ebola molti infermieri – ha detto il dottor Robert Gerry, che ha diversi colleghi nel centro africano – William aveva conquistato un ruolo centrale”. I medici che ora lo stanno curando a Londra affermano che hanno fiducia nel fatto che, con a disposizione tutte le migliori tecniche in circolazione, ci siano buone possibilità di salvarlo.

IN 38 ANNI, BEN 27 LE EPIDEMIE DI EBOLA – L’esplosione dei casi e delle morti provocati quest’anno dalla febbre emorragica Ebola non ha confronto rispetto alle 23 epidemie provocate dallo stesso virus dal 1976 ad oggi in Africa. In questi 38 anni il virus letale ha colpito dieci Paesi africani, contagiando oltre 5.000 persone e uccidendone più di 3.000. Circa la metà dei casi e dei decessi si concentra però nel 2014 e nei quattro Paesi che attualmente lottano contro la febbre emorragica: Nigeria, Sierra Leone, Liberia e Guinea. In nessuno di essi il virus era mai comparso finora.

Il numero dei casi intanto continua a salire. Domenica tre pazienti sono risultati positivi al test di Ebola nell’ospedale di Emergency di Emergency di Goderich, in Sierra Leone. Sempre in Sierra Leone è stato colpito dal virus un esperto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), mentre il Parlamento ha deciso che è reato ospitare i malati di Ebola. Tuttavia il mondo della ricerca afferma che ”non è assolutamente il caso di cadere nel panico”: lo rileva il virologo Oyewale Tomori, dell’università nigeriana Redeemer e uno degli esperti di riferimento dell’Oms in Africa. Lo fa in una dichiarazione rilasciata online, sulla rete che riunisce medici e biologi nigeriani e ripresa dalla Società internazionale per la ricerca sulle malattie infettive.

”Ebola – aggiunge – è una malattia letale, ma i pazienti hanno buone probabilità di sopravvivere se assistiti precocemente”. E’ stata questa, per Tomori, la principale lezione delle 23 epidemie avvenute a partire dal 1976. Sono stati aghi e siringhe contaminati a provocare la prima epidemia nell’attuale Congo (allora Zaire), con 318 casi e 280 morti. Nello stesso anno, secondo la ‘mappa’ della malattia elaborata dalla società specializzata in software geografici Esri, sempre in Sudan contatti tropo ravvicinati all’interno degli ospedali hanno provocato 284 casi, 151 dei quali mortali. I contatti ravvicinati e il mancato rispetto di misure igieniche sono stati anche all’origine del ritorno dell’epidemia in Sudan, nel 1979 (34 casi, 22 morti). Nel 1994 è stata la volta del Gabon (52 casi, 31 morti) e l’anno successo del Congo (315 casi, 254 morti). Nel 2000 i contatti diretti con persone colpite dal virus all’interno delle famiglie e con il personale medico hanno scatenato l’epidemia in Uganda (425 casi e 224 morti).

Fonte: Ansa

 
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Pubblicato da su 26 agosto 2014 in Uncategorized

 

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Vieni in viaggio con noi

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Il turismo responsabile è un modo sostenibile di visitare aree naturali che conservano ancora l’ambiente, cercando di tutelare il benessere delle popolazioni locali attraverso la convivenza con culture talvolta molto diverse dalla propria. Consiste pertanto nel viaggiare consapevolmente nel rispetto e nella comprensione degli usi e costumi dei luoghi, senza tuttavia trascurare le proprie abitudini, rendendo la diversità un valore e un motivo di dialogo.

Four For Africa onlus organizza, due volte all’anno, viaggi in Senegal aperti a tutti coloro che vogliono superare i modelli di turismo consumistico fine a se stesso e sviluppare una disponibilità di adattamento alle culture delle zone ancora oggi incontaminate e fortemente legate alle proprie tradizioni.

Scarica il programma del viaggio 2014

Per tutti coloro che fossero interessati, scriveteci a info@4forafrica.it

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Pubblicato da su 21 luglio 2014 in Uncategorized

 

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10 progetti per il futuro dell’Africa

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Le sfide del continente hanno cambiato volto e guardano al tech, ma c’è molto da fare anche nella agricoltura, nel mercato e nello sviluppo di una nuova classe di leader.

I problemi strutturali e i focolai di crisi sempre accesi non impediscono all’Africa di sognare se stando agli indicatori economici nel 2014 il suo tasso di crescita sarà pari al 4,8%, e un’ulteriore accelerazione potrebbe arrivare l’anno prossimo, con una crescita record fra il 5 e 6%. Almeno secondo le previsioni contenute nel Rapporto annuale sull’economia africana curato dall’Ocse in collaborazione con la Banca africana di sviluppo e ilProgramma di sviluppo delle Nazioni Unite; un rapporto che nelle sue stime copre per la prima volta tutti i 54 Paesi africani.

A giudicare però dalla mole dei progetti che organizzazioni umanitarie, Stati e multinazionali continuano a finanziare nel Continente c’è ancora molto da fare per sprigionare tutto ilpotenziale della crescita africana, che ha margini immensi in molti settori che nelle società avanzate fanno già i conti la crisi e i cambiamenti dei consumi. Il tech è sicuramente l’ambito più atteso, o quello che grazie ai progetti già raggiunti altrove, potrebbe assestare davvero l’ultima spinta all’accelerazione africana: sarà il caso di Project Lucy, ovvero l’impegno di Ibm a portare in loco le competenze dei suoi ricercatori, e il suo super computer  cognitivo Watson, a dimostrare che una nuova lettura dei fenomeni, e dei dati, può favorire lo sviluppo dei singoli Paesi? Lo dirà il tempo, che in questo caso copre un arco di dieci anni. In Africa c’è bisogno anche di formare una nuova classe politica, di aiutare gli startupper e i maker a emergere, di portare il wi-fi al popolo: ecco dieci progetti che potrebbero ridisegnare il volto del Continente.

Fonte: Wired.it

 
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Pubblicato da su 2 luglio 2014 in Uncategorized

 

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Vieni in Africa con noi

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Il turismo responsabile è un modo sostenibile di visitare aree naturali che conservano ancora l’ambiente, cercando di tutelare il benessere delle popolazioni locali attraverso la convivenza con culture talvolta molto diverse dalla propria. Consiste pertanto nel viaggiare consapevolmente nel rispetto e nella comprensione degli usi e costumi dei luoghi, senza tuttavia trascurare le proprie abitudini, rendendo la diversità un valore e un motivo di dialogo.

Four For Africa onlus organizza, due volte all’anno, viaggi in Senegal aperti a tutti coloro che vogliono superare i modelli di turismo consumistico fine a se stesso e sviluppare una disponibilità di adattamento alle culture delle zone ancora oggi incontaminate e fortemente legate alle proprie tradizioni.

Scarica il programma del viaggio 2014

Per tutti coloro che fossero interessati, scriveteci a info@4forafrica.it

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Pubblicato da su 25 giugno 2014 in Uncategorized

 

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Droga e Africa dell’Ovest. Ex-presidente Nigeria: decriminalizzare l’uso

Olusegun Obasanjo

Nell’Africa dell’Ovest i baroni della droga infiltrano e finanziano i partiti politici e i soldi della droga servono a corrompere gli addetti alla giustizia e alla sicurezza. Cosi’ dice Olusegun Obasanjo, presidente della Commissione dell’Africa dell’Ovest sulle droghe (WACD) in una recente intervista rilasciata all’agenzia cinese Xinhua.
Considerata da molto tempo come zona di transito della droga, l’Africa dell’Ovest“non e’ semplicemente una zona di transito, ma e’ diventata una zona di consumo ed anche una zona di produzione”, dice l’ex-presidente della Nigeria.
Secondo Obasanjo, l’interesse dei baroni della droga all’Africa occidentale si spiega con tre motivi.
“C’e’ la debolezza delle istituzioni che impiegano risorse insufficienti. Per cui, gli sforzi per lottare contro questi flussi sono insufficienti. Inoltre, l’Africa dell’Ovest ha vie di comunicazione dirette con l’America Latina e l’Asia, che sono Paesi produttori di droghe. Infine, l’Africa dell’Ovest ha anche un collegamento diretto con l’Europa e l’America del Nord, che sono Paesi di largo consumo delle droghe”.
E’ per questo -aggiunge- che l’obiettivo della WACD e’ di esaminare la situazione globale in materia di droghe, e si tratta notoriamente di questioni di transito, consumo e produzione.
Secondo l’ex-presidente nigeriano, bisognera’ ugualmente esaminare gli effetti della droga nell’ambito politico sulla societa’ e il suo impatto sui giovani, si’ da evitare che l’Africa dell’Ovest conosca la situazione catastrofica di alcuni Paesi dell’America Latina.
Poiche’ -secondo lui- non c’e’ nessun dubbio che la droga infetti la societa’. Infatti, “i baroni della droga infiltrano e finanziano i partiti politici, E i soldi della droga servono a corrompere gli addetti alla giustizia e alla sicurezza (polizia, agenti vari…)”.
E’ per questo motivo che Obasanjo e la sua équipe sono a favore della decriminalizzazione del consumo di droghe, che vanno considerate come un problema di sanita’ pubblica.
“Spesso sono i piccoli trafficanti e i consumatori che sono arrestati e finiscono in prigione. Mentre i baroni della droga hanno legami con i dirigenti politici, giudiziari e dei servizi di sicurezza che consente loro di non finire mai sotto inchiesta. La legge, quindi, dovrebbe distinguere tra i grandi criminali che corrompono la societa’, i governi e i piccoli consumatori, trattando la questione del consumo come un problema di sanita’ pubblica e non un problema penale”.
Per lui, il miglior modo per evitare la sconfitta nella lotta alla droga, e’ di cambiare la legge e prendersi cura dei consumatori con dei trattamenti basati sulla riduzione dei danni. Ma, nel contempo, rafforzare la collaborazione tra le agenzie dell’Africa dell’Ovest che lottano contro la droga e il riciclaggio di denaro.

Fonte: Aduc.it

 
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Pubblicato da su 17 giugno 2014 in Uncategorized

 

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Il continente che innova? È l’Africa

Cardiopad

E’ il continente più povero del Pianeta, ma anche quello con la più alta percentuale di giovani. Nessuno pensa mai all’Africa come culla di innovazione, ma nonostante i mille problemi tuttora presenti le cose stanno cambiando.

E’ il continente più povero del Pianeta, ma anche quello con la più alta percentuale di giovani. Nessuno pensa mai all’Africa come culla di innovazione, ma nonostante i mille problemi tuttora presenti le cose stanno cambiando. Grazie a una nuova generazione di creativi e imprenditori, stanno nascendo tecnologie che potrebbero semplificare di molto le nostre vite e portare un po’ di ricchezza agli africani. Ed è significativo che il periodico statunitense Forbes, la bibbia del capitalismo, si sia preso la briga di passarle in rassegna e selezionarne sette.

Una guida digitale per non vedenti  

Ideato da Khaled Shady, studente egiziano di 22 anni, insieme a un gruppo di colleghi della facoltà di Ingegneria informatica dell’università di Menoufia, è un vero e proprio navigatore per persone non vedenti. Si indossa come una cintura e ha connesso un auricolare Bluetooth: grazie a una telecamera 3D,Mubser rileva gli ostacoli e avvisa rapidamente l’utente con messaggi vocali, guidando il suo cammino in modo sicuro.

Risciò elettrici e social

Un risciò 2.0: elettrico, supertecnologico, social. Mellowcabs, sviluppato dall’imprenditore sudafricano Neil du Preez, è pensato per fornire servizi di trasporto pubblico per brevi tratti nelle aree urbane. Può percorrere fino a 100 chilometri al giorno e integra alcune tecnologie all’avanguardia, dalle fuel cell a idrogeno ai tablet a bordo a disposizione dei passeggeri, con pubblicità che cambiano in base alle aree della città attraversate e integrazione con i social media.

L’elettrocardiogramma via tablet  

Esami cardiaci eseguiti con un tablet e inviati in tempo reale, via wireless, al medico che può interpretarli. L’idea di Cardiopad è venuta ad Arthur Zang, ingegnere camerunense di 26 anni. Nel suo Paese ci sono solo 30 cardiologi per 20 milioni di abitanti, e questa tecnologia permetterebbe anche a chi vive nei villaggi di poter fare un elettrocardiogramma senza dover affrontare lunghi viaggi verso la città.

Superfici touch con uno sticker  

Basta un adesivo per iniziare a interagire con superfici non conduttive. ViViFi Card Sticker, inventato dall’ingegnere egiziano Haitham Desoky, è un circuito elettronico fissato su un adesivo, che viene posizionato sotto l’area da “animare”. Sfruttando l’energia elettrostatica del corpo umano, il dispositivo capta la posizione e il movimento dell’utente e li trasmette via wireless a un computer centrale, che genera a sua volta la risposta dell’oggetto. Può essere applicato a libri, interruttori e dispositivi medici, ma anche ai menù dei ristoranti, rendendoli interattivi.

Il generatore eolico senza pale  

Una turbina eolica a vela. La Zero-Blade Technology sviluppata dalla start up tunisina Saphon Energypermette di sfruttare l’energia cinetica del vento incanalato in una vela, che può essere subito convertita in elettricità e immessa in rete o immagazzinata attraverso un accumulatore idraulico. Il suo ideatore, Anis Aouini, è un ingegnere con alle spalle un’esperienza decennale nel settore dell’energia e diversi altri brevetti attivi in ambito cleantech.

La toilette senz’acqua  

Pensato per essere usato nei villaggi africani, in cui l’acqua è poca e molto preziosa e spesso non ci sono tubature di scarico, SavvyLoo è un water a pedale, in grado di funzionare “a secco”. Ideata dall’inventore sudafricano Dudley Jackson, la toilette è autonoma: separa i rifiuti organici e li essicca sfruttando l’energia solare e il flusso naturale dell’aria. Inoltre elimina i cattivi odori e i batteri pericolosi.

Il test kit per la malaria rapido ed economico  

L’idea da cui è partito Ashley Uys, biotecnologo sudafricano di 29, era di creare prodotti di prima necessità a costi accessibili a tutti. Così è nato il Malaria pf/PAN (pLDH) Test Kit, in grado non solo di riconoscere il ceppo della malattia, ma anche di stabilire in 30 minuti se la cura che il paziente sta seguendo è quella giusta. L’azienda fondata da Uys, a capitale interamente africano, produce anche apparecchi per la diagnosi dell’HIV.

Fonte: La Stampa

 
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Pubblicato da su 10 giugno 2014 in Uncategorized

 

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La campagna per far crescere l’Africa: facciamolo restare al Paese suo

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Vengono a rubarci il lavoro”, “Se ne devono stare al Paese loro”, “Adesso basta”. Inizia così con i luoghi comuni che si sentono passeggiando per strada in Italia il video, che vedete qui sopra, della nuova campagna di comunicazione di Amref. L’idea è di far restare sì gli africani nel loro Paese ma per farli diventare dottori, avvocati, imprenditori. “Vogliamo rendere il nostro brand più incisivo – si legge nel comunicato che lancia la campagna – ma soprattutto vogliamo raccontare il valore che hanno per noi le comunità partner in Africa”.

Vogliamo rendere più chiara la nostra visione, quella che ci guida ogni giorno: un’Africa in salute, figlia di un mondo più equo, in cui acqua, cibo, cure e istruzione siano diritti di tutti, beni comuni realizzati e tutelati in piena consapevolezza dalle stesse comunità beneficiarie. Un continente in grado di camminare, anche di correre sulle sue gambe: perché l’Africa – noi in Italia lo affermiamo da 27 anni – contiene già tutte le soluzioni ai suoi problemi.

La risorsa più importante dell’Africa, dicono all’Amref, sono gli africani. “Abbandonando milioni di persone alla povertà e alla malattia, di fatto non le si lascia libere di vivere, se lo vogliono, nel proprio Paese, e tragedie come quelle di Lampedusa continueranno a ripetersi”.

La nuova Campagna di comunicazione di Amref, curata dall’agenzia ArtAttack, sarà diffusa per tutto il mese di maggio attraverso i media tradizionali ma anche i social network, con l’obiettivo di raggiungere e parlare a un pubblico vasto ed eterogeneo, per invitarlo a riflettere sulla scelta giusta: aiutare l’Africa a crescere.

Fonte: Corriere.it

 
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Pubblicato da su 21 Maggio 2014 in Uncategorized

 

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L’Africa e la legge di Murphy

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C’è una legge ferrea, infallibile con la quale interpretare le vicende politiche in Africa. La legge dice che un presidente che indice le elezioni e le realizza, di sicuro le vince anche.

Naturalmente ci sono le eccezioni, ma sono quelle che confermano una regola che anche in questi giorni sta dimostrando la sua validità.

Due casi: lo Zimbabwe dove si vota mercoledì. Il presidente Mugabe, ben 89 anni e con al suo attivo 33 anni di potere, è il candidato favorito di una consultazione che non ha storia, dal punto di vista del conteggio dei voti. Potrebbe riservare sorprese solo se questa volta l’opposizione dell’eterno sfidante Morgan Tsvangirai dovesse decidere di non accettare un compromesso di potere, come ha fatto l’ultima volta, nel 2008 quando ottenne la maggioranza dei voti nelle elezioni che però erano state organizzate da Mugabe e, di conseguenza…vinte dall’eterno presidente.

Domenica scorsa ci sono state anche le elezioni legislative in Togo, naturalmente vinte dal partito del presidente al potere che le aveva organizzate. Il partito è l’Unione per la Repubblica, che ha totalizzato 61 seggi su 91, maggioranza assoluta. Il presidente invece è Faure Gnassingbè (nella foto) che è figlio di un altro presidente del Togo che nei suoi 38 anni di potere aveva anche lui organizzato diverse consultazioni. Tutte vinte, ovviamente per onorare la legge di cui sopra.

I presidenti in carica in Africa sono abili e soprattutto godono del totale appoggio del loro popolo che non li vuole mai cambiare. Robert Mugabe per esempio, nonostante l’età e le voci che fosse malato, è riuscito a fare un comizio di chiusura di campagna elettorale nel quale ha parlato per due ore davanti a migliaia di suoi sostenitori. Vincerà. E se non vincerà il popolo si opporrà al fatto che lui lasci le stanze del potere. A quel punto lui, che ricambia l’amore incondizionato dl popolo, non se la sentirà di abbandonare la guida del paese.

Gli analisti, dunque non si affatichino. Inutile seguire le consultazioni nei paesi del continente. Parliamone solo quando la legge in questione viene disattesa e soprattutto non offriamo patenti di democrazia solo in virtù del fatto che le elezioni si tengano.

Fonte: Termometro Politico

 
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Pubblicato da su 30 luglio 2013 in Uncategorized

 

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