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Pillole d’Africa: la Repubblica del Sudafrica

La Repubblica del Sudafrica è uno stato dell’Africa Australe che, dalla fine del regime di Apartheid, ha acquistato il soprannome di Rainbow Nation ovvero di Nazione arcobaleno in quanto abitato da persone di diverso colore.

L’apartheid è una politica di segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca nel dopoguerra e rimasta in vigore fino al 1993, pur essendo stata dichiarata, già nel 1976 dalle Nazioni Unite, crimine internazionale contro l’umanità.     

Il Paese

È situato nella punta meridionale del continente africano e confina a nord con la Namibia, il Botswana e lo Zimbabwe, a nord-est con il Mozambico e lo Swaziland; comprende nei suoi confini il Lesotho. Il punto più meridionale del Paese, Capo Agulhas, delimita il confine tra l’oceano Atlantico e quello Indiano. Il Sudafrica è  l’unico paese al mondo con tre capitali: Pretoria, sede del Governo, è la capitale amministrativa; Città del Capo, dove si trova il Parlamento, è la capitale legislativa; Bloemfontein, sede del potere giudiziario, è la capitale giudiziaria. Ai fini internazionali, tuttavia, è Pretoria a essere identificata come capitale in quanto sede della Presidenza.

Nonostante i gravi problemi sociali ereditati dall’apartheid, l’economia della repubblica Sudafricana è la più sviluppata del continente africano. Il Paese produce da solo oltre un terzo del reddito continentale grazie alle risorse minerarie, come oro, ferro, carbone, e grazie alle industrie a questi collegate. Le lingue ufficiali sono ben 11 e corrispondono  alle varie etnie mentre le religioni più diffuse sono quelle cristiane: protestantesimo, cattolicesimo, anglicanesimo, metodismo e luteranesimo.

Tra Storia e Politica

I primi a creare un vero e proprio insediamento nel territorio del Sudafrica furono gli Olandesi fondando nel 1652 quella che sarebbe diventata l’odierna Città del Capo.

Alle colonie olandesi si andarono a sostituire, successivamente, quelle inglesi che governarono il paese fino al XVIII secolo.

A metà del XIX secolo i Boeri (dall’olandese ‘contadino’), oppressi dal dominio britannico, migrarono in massa verso nord alla ricerca di nuove terre, e qui fondarono una serie di piccole repubbliche boere.
Alla  fine del XIX secolo tra inglesi e boeri scoppiarono una serie di sanguinosi conflitti che si conclusero con la vittoria degli inglesi e l’unificazione dell’odierno Sudafrica nel 1902.Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Partito Nazionale vinse le elezioni e iniziò ad attuare nel paese la politica segregazionista (Apartheid). Vennero creati i bantustan (bantu) ovvero i territori riservati alle popolazioni nere che, complessivamente, occupavano solo il 13% del territorio del Sudafrica.

Il 27 aprile 1994 si tennero le prime elezioni democratiche con suffragio esteso a tutte le etnie, in cui venne eletto presidente il capo dell’ANC Nelson Mandela (Nobel per la Pace nel 1993), cui successe poi Thabo Mbeki nel 1999. Il periodo di transizione dal regime dell’apertheid al nuovo corso politico fu gestito da un tribunale speciale istituito nel 1995 a Città del Capo, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission, TRC).

Le condizioni di vita per i neri tuttavia restano molto difficili. Il governo sudafricano ha dovuto accettare le politiche neoliberiste del Fondo Monetario internazionale: si è fatto carico di pagare il debito internazionale creato dai precedenti governi anche privatizzando molte imprese nazionali. I servizi sociali (acqua, istruzione, sanità) non sono riconosciuti a tutti. Nelle periferie urbane i poveri non sono ancora cittadini a tutti gli effetti.

Cultura e sport

In Sudafrica coesistono numerose culture, e di conseguenza anche numerose tradizioni artistiche. La cultura boera (caratterizzata da valori come il pionierismo, la frugalità, la famiglia patriarcale e i vincoli di sangue, il patriottismo, nonché dalla lingua afrikaans e la religione calvinista riformata) si esprime in numerosi settori, dall’architettura (tipico del Sudafrica è lo stile coloniale noto come Cape Dutch) alla letteratura. Quest’ultima ebbe il suo periodo d’oro nel XIX secolo, in cui la creazione di una letteratura boera era interpretata come affermazione dell’indipendenza culturale dei pionieri rispetto all’Europa e agli inglesi. Un genere letterario tipico di quest’epoca è il pamphlet accusatorio, spesso rivolto contro gli inglesi, considerati i nemici del popolo boero. Negli anni venti, all’antianglicismo si affiancarono progressivamente altri temi politici, come l’anticomunismo. Negli anni trenta una nuova generazione di scrittori boeri (tra cui Van Wyk Louw, Krige ed Eybers) iniziarono ad allargare i propri orizzonti e trattare temi di carattere più universale. Durante l’apartheid, parte della letteratura boera si pone in posizioni di antagonismo rispetto al governo e al segregazionismo (per esempio Opperman, Breytenbach e Brink).

Le culture aborigene delle etnie bantu comprendono anch’esse una propria letteratura, tramandata oralmente da generazioni. In tempi recenti le forme letterarie occidentali sono state acquisite anche dai neri; importanti scrittori di origine bantu sono per esempio lo xhosa Jordan e lo zulu Dhlomo. Di etnia bantu è anche Mphahlele, a cui si deve una delle principali opere della letteratura sudafricana moderna, The African Image (1962).

La letteratura in lingua inglese è piuttosto tarda e si sviluppa appieno solo nel XX secolo. Essa è caratterizzata dall’approfondimento sociale, dall’opposizione ai boeri, dalla visione romanticheggiante dell’Africa. La principale autrice sudafricana in lingua inglese è certamente Nadine Gordimer, vincitrice nel 1991 del Premio Nobel per la letteratura.

Lo sport nazionale del Sudafrica è il rugby. La Nazionale sudafricana ha vinto in casa i mondiali di rugby 1995, i primi in cui partecipava dopo la fine dell’apartheid, e quelli in Francia nel 2007 e tre edizioni del Tri Nations (1998, 2004 e 2009).

Fonti: Varie (Wikipedia, …)

 
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Pubblicato da su 5 settembre 2012 in Uncategorized

 

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Intervista a Abou Sidibe

Abou Sidibe è nato in Mali ma vive a Ouagadougou, in Burkina Faso. In quest’intervista dice che non vuole vivere all’estero perché l’Africa gli dà l’ispirazione fondamentale per il suo lavoro.

“Sono Abou Sidibe. Sono uno scultore. Ho cominciato con una scuola di formazione privata in Costa d’Avorio, ad Abidjan. In seguito ho proseguito con la scuola di belle arti di Abidjan dove ho fatto tre anni di formazione ed alla fine di questi studi ho ottenuto il diploma in arti applicate.

Se dovessi spiegare il mio percorso artistico, dovrei incominciare col dire che si basa sul concetto di recupero perché le mie sculture sono fatte con oggetti riciclati. Ogni continente lavora con ciò che ha. Qui abbiamo molto materiale riciclato, per le strada di Waga (Ouagadougou, capitale del Burkina Faso) si trovano tantissimi materiali di questo genere. Tutto ciò quindi ci colpisce e ci permette di lavorare.

Una parte importante del mio lavoro è basata sulla tecnica per tagliare il legno. Sono sempre stato affascinato dal legno con cui si possono ottenere diverse forme e soddisfare la propria ispirazione. Anche se a volte lavoro col bronzo o con altri materiali come la pietra, il legno è sempre presente nelle mie opere.

Non mi piace questa definizione di “arte africana”. Per un periodo c’è stata l’arte tradizionale africana ma oggi, in tempi moderni, si lavora anche con medium avanzati. Si lavora con internet. Molti fanno le loro performance, le loro installazioni. Tutto ciò non è solo africano. Odio questa definizione di “arte africana” perché fa parte di un cliché. E’ come se io stesso facessi parte di un cliché.

La fonte d’ispirazione è qui. Tutti questi bambini che giocano per strada, tutte queste scatole, questi materiali di risulta che possiamo riciclare, sono loro la nostra ispirazione. Se abbandoniamo tutto ciò, è finita perché l’ispirazione non sarà più concreta. Si avrà uno stile più occidentale, si avrà lo stile di Parigi se uno andrà a vivere là. Si perde quel filo conduttore che è sempre stato il motore dell’ispirazione.

Quando le persone sono estasiate e si emozionano e piangono. E’ lì l’essenziale. Ho fatto un vernissage in Colombia e c’erano delle persone che piangevano perché non avevano mai visto nulla di simile. Quel momento mi ha toccato. Quelle persone non avevano mai visto il Burkina Faso e non avevano alcuna idea di chi io fossi. Se ha suscitato quella reazione vuol dire che la scultura dice molte cose sulla mia storia, il modo in cui è tagliata, attorcigliata e aggrovigliata riassume un po’ il continente in cui vivo. Non ho bisogno di parole per spiegare l’arte. Se ne avessi bisogno allora sarei uno scrittore. Uno scultore non accompagna le sue opere con un discorso. Dei discorsi ce ne freghiamo perché non vogliono dire niente. Un discorso su una scultura non vuol dire niente. Quando guardiamo una scultura la sentiamo o non la sentiamo.”

Fonte: Africanews

 
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Pubblicato da su 28 agosto 2012 in Uncategorized

 

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