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Wainaina il keniota Ecco il grande solista dell’Africa letteraria

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La letteratura africana degli ultimi trenta-quarant’anni documenta un percorso molto interessante, drammaticamente teso tra la necessità di salvare una memoria sempre sul punto di scomparire e quella di fare i conti, assumendone diversi aspetti, con una cultura d’importazione, ossia con gli effetti mentali, linguistici e espressivi (quindi non soltanto economici) del colonialismo.

Parlare delle proprie radici usando la lingua (e quindi il pensiero) di coloro che vogliono reciderle: questo mi è sempre parso l’aspetto tragico della narrazione africana, il problema che molti importanti scrittori hanno cercato di risolvere, dai vecchi Achebe, Senghor, Ngugi, Soyinka alle generazioni successive, quelle dei Ben Okri, della Mukasonga e, più recentemente, di Cole e dell’eccellente keniano Binyavanga Wainaina, autore del romanzo Un giorno scriverò di questo posto (66th/A2nd, pagg. 296, euro 18; traduzione dall’inglese di Giovanni Garbellini).

Il romanzo è un genere letterario giovane e parlare delle cose antiche senza essere artificioso gli è molto difficile. Terra di grandi narratori orali, l’Africa soffre dell’impossibilità di trasformare il suo passato sterminato in un ordine scritto. I suoi narratori ricompaiono talvolta a teatro, ma ben difficilmente entrano nella storia del romanzo africano. A differenza di altri luoghi della terra, come la Cina o la Russia o il Sudamerica, l’Africa manca di una lingua che la unisca, e l’inglese e lo swahili (che è originario di un’area piccolissima, intorno a Zanzibar) ne sono i surrogati, distruttivi e insieme necessari.
Per vincere una scommessa quasi impossibile è necessario un atto creativo fuori dall’ordinario, e questo a me pare il caso di Un giorno scriverò di questo posto, un romanzo di formazione originale e estremamente complesso, a dispetto dell’apparente linearità del racconto, che si presenta disposto lungo una linea quasi solo cronologica. Binyavanga Wainaina, nato nel 1971, è originario di una zona del Kenya relativamente ricca. Ma il Kenya (come del resto tutta l’Africa post-tribale) è una babele di lingue: ogni tribù ha infatti la sua lingua particolare, che è anche la parte essenziale dell’educazione di ogni uomo, la forma del suo rapporto con il mondo. Lo sradicamento del tribalismo – che è il disegno politico dei nuovi dirigenti kenioti – si traduce nella cancellazione di ogni lingua materna, e questa è la forma violenta con cui l’Africa si affaccia – selvaggiamente – alla modernità. Non sono le vicende raccontate a fare di questo libro un libro importante, quanto piuttosto il grande lavoro di Wainaina sulla lingua che usa, lo spezzettamento dei ritmi naturali dell’inglese, dei suoi tempi narrativi, a favore di altri ritmi, di altri echi.

La fragilità di un mondo che conserva poco la memoria della sua storia e sembra continuamente sul punto di trasformarsi in qualcosa di totalmente sconosciuto (anche a sé stesso) si traduce nella frammentarietà del racconto, dove eventi, pensieri, fantasie, vicende risultano come sbriciolati, non danno al lettore il tempo di adagiarcisi dentro. La pagina di Wainaina è volutamente inospitale, ma lascia un segno duraturo.
Uomini, strade, edifici, laghi e colline sembrano privi di radici, appoggiati provvisoriamente da un dio intento in altri pensieri in attesa che si riprenda tutte queste cose per portarsele chissà dove. Il tempo stesso sembra scorrere senza un progetto, gli istanti accavallati o, meglio, precipitanti gli uni sugli altri.
Il libro di Wainaina è forse la più straordinaria documentazione che io abbia mai letto dello sradicamento di un continente costretto a raccontarsi in una lingua non sua. E lo fa nel modo più efficace: non rincorrendo immagini di una tragedia che ben conosciamo (e che ci lascia peraltro indifferenti), ma attraverso il racconto di un ragazzo qualunque, malato di letteratura, che vive in una famiglia benestante, in una parte dell’Africa relativamente ricca e pacifica.
Forse proprio in posti come questo la tragedia africana può cominciare a ritrovare le proprie parole, perché qui essa si presenta nella sua forma quotidiana. Fame, malattie, guerre, deportazioni non sono che l’esito finale di una distruzione che ha il suo inizio in una quotidianità terremotata.

Fonte:; IlGiornale.it

 
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Pubblicato da su 23 settembre 2013 in Uncategorized

 

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Beyala, l’Europa in salsa d’Africa

Scrittrice camerounense dalla carriera rocambolesca.
Regina dei dialoghi: taglienti, crudi, travolgenti. Con i suoi libri contribuisce a smantellare gli stereotipi che in Francia alimentano la violenza.

Calixthe Beyala cominciò ad essere letta anche in Italia con “Come cucinarsi il marito all’africana“, un piccolo libro, edito da una piccola casa editrice – la Epoché – che sembrò riproporre la formula di “Come l’acqua per il cioccolato” di Laura Esquivel – una ricetta alla fine di ogni capitolo del romanzo e il cibo a fare da ossatura a una storia esotica e di incandescente sensualità – con l’Africa in luogo del Centro America. Venticinque ricette di piatti come il gombo alla paprika o il riso all’africana, l’antilope affumicata ai pistacchi o l’insalata esotica, il coccodrillo alla salsa bongo tchobi o la purea di mango.

Il libro, grazie a un efficace passaparola, si sottrasse presto all’invisibilità del sottobosco della mini-editoria, si conquistò una nicchia di lettori appassionati – quel genere di lettori un po’ fanatici che pur di convertirti alla lettura dei loro beniamini ricorrerebbero a tecniche di persuasione degne di Scientology – e tre o quattro recensioni non banali che garantirono al libro un’insperata vetrina mediatica.

In fondo, Beyala aveva tutto per sfondare anche da noi. Nera, afrofrancese, cinquantenne fascinosa e navigata – pensate a una Angela Bassett di Belleville – femminista polemica e battagliera, attivista contro l’Aids e ogni forma di discriminazione, scrittrice di talento e paladina della francofonia, con qualche piccolo scheletro nell’armadio – un paio di cause per plagio – relazioni extraconiugali da prima pagina, la sua liason dangereuse con il popolarissimo presentatore Michel Drucker raccontata poi in un romanzo a mo’ di vendetta postuma (L’Homme qui m’offrait le ciel). Una vita, quella di Beyala, che sembra sceneggiata da Alice Walker.

Un’infanzia e un’adolescenza in una bidonville del Camerun. Racconta: “Avevo una sorella, nella nostra famiglia non potevano permettersi di mandarci a scuola in due e allora mia sorella mi ha detto: vacci tu, vai a scuola per tutte e due. Si è sacrificata per me. Il diploma che ho ottenuto, lo ho ottenuto per lei. Dopo la maturità mia sorella ha avuto un incidente ed è morta e io ero così arrabbiata e in collera che ho cominciato a scrivere“. Poi la scoperta della Francia e la sua affermazione come scrittrice e personaggio pubblico.

Beyala è stata capace di scrivere 19 libri in 21 anni, riuscendo a tenere sempre alto il valore letterario delle sue opere. Le invidiano la polifonia dei suoi dialoghi – pochi scrittori, e non solo francesi e francofoni, hanno il dono del dialogo brillante di Beyala, crudo e tagliente a volte, altre pirico e travolgente. Altri le invidiano la sua capacità di raccontare con un’acribia quasi scientifica il punto di vista della donna africana perennemente in bilico tra le tradizioni degli antenati e la necessità di integrarsi nei nuovi modelli della società occidentale. Altri le riconoscono il merito di aver contribuito allo smantellamento di tutti quegli stereotipi maschili, femminili, bianchi e neri che alimentano in Francia violenza quotidiana.

Se siete in cerca di un paio di libri per questi ultimi giorni di agosto, “Selvaggi Amori” e “Gli onori perduti” sono perfetti. Soprattutto il primo che racconta Belleville, il quartiere parigino dove ha casa anche Daniel Pennac, che la penna della Beyala trasforma in un’esuberante e speziatissima enclave d’Africa nel cuore di Parigi.

Fonte: La Stampa

 
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Pubblicato da su 13 agosto 2012 in Uncategorized

 

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