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Le terre usurpate dell’Africa povera

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Il «land grabbing» e il ruolo dell’Occidente. L’offensiva
cinese. Il caso Mozambico: sfruttamento e cooperazione

La crisi finanziaria e alimentare del 2007-2008, e il conseguente aumento e volatilità del prezzo del cibo, hanno accelerato la corsa alla terra come bene rifugio per grandi capitali privati in cerca di investimenti sicuri, mezzo per garantire la sicurezza alimentare di Paesi ricchi di liquidità ma poveri di risorse, strumento di influenza geo-politica a livello locale e internazionale. Tanto che gli investimenti in terra arabile promossi nell’anno fiscale 2012 dalla sola Banca Mondiale hanno superato i 9 miliardi di dollari. La terra in questione è quella dei Paesi più poveri o in via di sviluppo, soprattutto africani, i cui Governi, favorendo l’affluire di enormi capitali in entrata (attraverso investimenti privati e cooperazione internazionale), beneficiano di un posizionamento più favorevole nello scacchiere internazionale, consolidando così il ruolo dei vari leader al potere – senza che questi riescano mai neanche ad alleviare i problemi che sono chiamati a risolvere.

MERCATO FERTILE – Il mercato della terra è fertile, e gli investitori non sono più soltanto le multinazionali del cosiddetto Nord del mondo. I Paesi del Golfo Arabo e le economie emergenti come Cina, Brasile o Sud Africa, ad esempio, giocano un ruolo sempre più preponderante, anche in nome di una cooperazione Sud-Sud dai tratti a volte ambigui. Per descrivere il fenomeno delle grandi acquisizioni su larga scala, la Banca Mondiale parla di «crescente interesse verso la terra» e promuove prospettive di crescita occupazionale e sicurezza alimentare. Contadini locali, associazioni e organizzazioni internazionali (come Oxfam, che recentemente ha rilanciato la sua campagna, o Slowfood che, oltre a una campagna, ha avviato diversi progetti in Africa sull’uso responsabile della terra, l’ultimo in Mozambico), denunciano invece il land grabbing, letteralmente «usurpazione della terra», un fenomeno che porta con sé lo sfollamento delle popolazioni rurali, la loro difficoltà o impossibilità di accedere a risorse primarie quali cibo e acqua, oltre a disequilibri sociali, economici e ambientali.

CONFLITTI – Non tutte le acquisizioni di terra sono sinonimo di usurpazione. Tuttavia, come dimostrano diversi casi di studio riportati sempre dalla Banca Mondiale, troppo spesso si concretizzano nell’incapacità – da parte dei governi dei Paesi destinatari – di riconoscere tutelare e compensare i diritti terrieri delle comunità locali; l’incapacità di gestire i grandi investimenti, anche attraverso consultazioni realmente partecipative che scaturiscano in accordi chiari e attuabili; l’incapacità di elaborare proposte di investimento tecnicamente praticabili che non siano in contrasto con la visione locale e i piani di sviluppo nazionali; e il conseguente insorgere di conflitti – specie di genere – legati alla distribuzione e all’accessibilità delle risorse.

MOZAMBICO – In Mozambico la terra non si vende, si dà in concessione. E il prezzo può scendere fino a 1 dollaro l’ettaro. All’anno. Le concessioni arrivano fino a 99 anni, e sono rinnovabili. In Mozambico la terra è praticamente gratis. Oltre che fertile e abbondante: 36 milioni di ettari di superficie arabile, secondo il Ministero dell’Agricoltura, di cui solo il 10% coltivato – sebbene, come concordano diversi esperti, solo di rado la terra è effettivamente inutilizzata e disponibile così come viene definita nei freddi report istituzionali piuttosto che nelle ammiccanti presentazioni delle aziende private, e la sua acquisizione su larga scala comporta sempre dei costi, siano essi ambientali o sociali. Land Matrix (un’iniziativa di monitoraggio promossa dalla International Land Coalition) finora ha tracciato 117 acquisizioni di terra nel Paese. I dati a disposizione relativi a 77 di queste (solo il 66%) parlano di un’estensione pari a oltre 2,4 milioni di ettari contrattualizzati. Per farvi un’idea, è come se il Mozambico avesse dato in concessione un’area estesa almeno quanto la Toscana. Un’idea approssimativa, naturalmente, perché nessuna raccolta dati può avere pretesa di esaustività in un ambito così controverso, in cui la condotta degli attori coinvolti è spesso opaca e poco è dato sapere dei processi di affidamento e gestione delle terre in cui dovrebbero svilupparsi i progetti. «È difficile poter affermare con certezza assoluta che una transazione sia realmente avvenuta, per quale superficie, quale durata e quale uso», confermano i ricercatori di Land Matrix.

Fonte: Corriere.it

 
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Pubblicato da su 29 novembre 2013 in Uncategorized

 

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L’Etiopia e la rivoluzione verde di bambù

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La rivoluzione industriale verde dell’Africa potrebbe essere costruita con il bambù. E parte dell’Etiopia. Con la più vasta area di bambù sfruttabile commercialmente di tutta l’Africa orientale, il Paese sta guidando il lancio dell’industria di questa risorsa naturale considerata sostenibile, e dagli sbocchi commerciali potenzialmente enormi.

RISORSA SOSTENIBILE – Sono un milione di ettari in Etiopia le terre non ancora sfruttate ricoperte da foreste del vigoroso sempreverde – un terzo di tutto quello presente in Africa subsahariana (che corrisponde al 4% circa di tutte le foreste del continente). A differenza del legno di conifera, che impiega trent’anni a crescere, il bambù ne impiega solo tre: in alcuni climi, la pianta può arrivare ad allungarsi fino a un metro al giorno – anche se il ciclo delle piantagioni deve essere mantenuto sostenibile sul lungo termine. Inoltre, per la sua coltivazione non sono necessari pesticidi né erbicidi, ed è molto leggero da trasportare. Si tratta dunque di una risorsa facilmente rinnovabile e sostenibile dal punto di vista ambientale. Il bambù è un materiale presente nella vita quotidiana di un miliardo di persone al mondo, usato principalmente come materiale da costruzione, come combustibile e nell’artigianato. Il governo etiope è ora deciso a lanciare un’economia del bambù nel Paese – finora assente, almeno formalmente – e raddoppiare la quantità di terreno dedicato al bambù entro i prossimi cinque anni: l’Etiopia diverrebbe così l’avanguardia africana di un’industria che potrebbe aiutare persone e ambiente allo stesso tempo.

MERCATO RICCHISSIMO – «Se gestita in maniera corretta, questa risorsa altamente versatile può spronare la crescita di un mercato d’esportazione mondiale valutato a 2 miliardi di dollari nel 2011, ridurre la deforestazione e tagliare le emissioni di anidride carbonica», ha dichiarato al Guardian Coosje Hoogendoorn, direttore generale dell’International Network for Bamboo and Rattan (Inbar), organizzazione intergovernativa nata nel 1997 per aiutare governi, società e comunità locali a beneficiare dei potenziali del bambù come volano di crescita economica e nello stesso tempo strumento di sfruttamento sostenibile delle risorse naturali.

INVESTITORI – Gli investitori stranieri sono pronti. E il mercato europeo è maturo per accogliere il bambù, soprattutto nel settore della pavimentazione d’interni ed esterni. Una partnership pubblico-privata tra operatori etiopi e stranieri, sostenuta dalla Cooperazione tedesca allo sviluppo, investirà 10 milioni di euro nell’arco dei prossimi cinque anni per sviluppare un’industria manifatturiera locale ed esportare poi in Europa e Stati Uniti. Come sempre in questi casi, dove il potenziale per uno sviluppo forte è concreto, dipenderà dalla gestione se quest’ultimo sarà davvero sostenibile.

SFRUTTAMENTO DEL SUOLO – L’utilizzazione delle foreste di bambù rientra infatti nella delicata e drammatica questione dello sfruttamento del suolo – che anche nel caso delle canne può diventare insostenibile, come succede in alcuni Paesi asiatici – e potenzialmente del land grabbing. La crescente domanda globale di cibo e biocarburanti sprona la deforestazione selvaggia e le conseguenti emissioni che alimentano il cambiamento climatico. L’Unione europea «importa» 1.250.050 chilometri quadrati di terreno agricolo per i suoi fabbisogni.

LAND GRABBING – E alcuni Paesi ricchi e senza scrupoli acquistano e affittano a prezzi irrisori la terra di quelli poveri, che cedono il proprio suolo senza alcuna tutela ambientale e sociale in contropartita. Ma solo sfruttamento. L’Etiopia ha uno dei più alti tassi di deforestazione del continente, ma si sta impegnando a invertire la rotta: nell’ultima decade le foreste (che un tempo ricoprivano il 40% del Paese) sono passate dal tre al 7%. Ha inoltre proibito l’uso di legname per il carbone venduto al dettaglio come combustibile. I piccoli produttori locali, che per ora operano solo per un modesto mercato interno, ripongono le speranze nei nuovi piani governativi. E non solo loro.

Fonte: Corriere.it

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2013 in Uncategorized

 

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Africa a scuola di agricoltura

«Agricoltura, agricoltura e ancora agricoltura…»: è questo il messaggio con cui il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni si è recentemente rivolto all’ambasciatore italiano a Kampala, Stefano Dejak, indicando il settore prioritario con cui il suo Paese guarda alle opportunità di collaborazione con l’Italia. E non solo il suo Paese.

Secondo un recente rapporto di McKinsey, in Africa sono localizzati i due terzi delle risorse agricole non sfruttate del mondo. Il paradosso però è che in realtà l’Africa è anche il continente con il maggior numero di persone che, secondo le statistiche delle Nazioni Unite, non dispongono del minimo necessario per nutrirsi.

Per molti Governi dei 54 Stati del continente infatti, la soluzione più facile è cogliere l’opportunità del momento affidando grandi concessioni, nell’ordine di molte decine e talvolta anche di centinaia di migliaia di ettari, agli operatori stranieri. E infatti sull’agricoltura africana stanno mettendo gli occhi in tanti, incluse le grandi trading companies cinesi, gli investitori dei Paesi del Golfo e i chaebol coreani, tutti con il dichiarato obiettivo di garantirsi un futuro in un mondo dove si comincia a parlare con troppa insistenza di possibile “crisi alimentare“. Con conseguenze spesso nefaste però sul piano sociale in quanto una parte difficilmente calcolabile di queste transazioni coincidono con il fenomeno del “land grabbing“, cioè dell’allontanamento degli abitanti locali dai territori su cui praticano attività agricole e di allevamento basate sull’autosussistenza.

«L’alternativa più sostenibile è far crescere un’agricoltura autoctona che però abbia caratteristiche commerciali, e sia quindi in grado di alimentare anche la popolazione delle grandi città africane. Sono più di 50 quelle con oltre un milione di abitanti», spiega Pierluigi d’Agata, direttore di Confindustria Assafrica & Mediterraneo che raggruppa aziende di settori diversi che operano in Africa e sulla sponda Sud del Mediterraneo. Nel 2011 Assafrica ha lanciato un programma specifico (Dalla Terra alla Tavola) con cui intende proporre ai Governi del continente un pacchetto completo di servizi e tecnologie per aiutarli a sviluppare le rispettive filiere agricole e agroalimentari. Sono coinvolte un’ottantina di aziende di tutte le filiere: fertilizzanti, macchine agricole, lavorazioni alimentari, logistica, catene del freddo, packaging.

Nell’Africa subsahariana, in particolare, i principali Paesi con cui ha iniziato a operare sono Angola, Sudan, Mozambico, Etiopia. Ognuno con caratteristiche in parte diverse. Il Mozambico, dove Assafrica ha partecipato a una recente missione imprenditoriale promossa da Farnesina e Confindustria, intende sviluppare la filiera dei cereali, quella saccarifera e dei biocarburanti a cui sono interessati alcuni gruppi italiani tra cui Eridania (zuccherifici) e Moncada (jatropa). «Puntiamo sull’Italia», era stato anche il messaggio del vicepremier etiope Hailemariam Desalegnin in visita a fine marzo a Roma in occasione di un evento organizzato da Unido (Nazioni Unite), Assafrica e Direzione generale per promozione Sistema Paese della Farnesina.

L’aspetto interessante è il successo inaspettato: quasi 300 incontri B2B tra operatori locali e imprese italiane. Il Paese ha recentemente varato un piano di sviluppo ambizioso che punta sulle produzioni saccarifere ma anche a valorizzare commercialmente le colture e l’attività di allevamento degli altipiani. L’Angola, dove Assafrica ha concluso un accordo con la locale associazione industriale, sta iniziando a rilanciare, tra le altre, la filiera lattiero casearia e dell’allevamento. Mentre il Sudan (Paese che sarà oggetto di un Convegno di Assafrica quest’autunno a Bologna) è una finestra anche verso il mercato alimentare dei Paesi del Golfo che infatti stanno investendo massicciamente nel settore con l’acquisizione di oltre 1,7 milioni di ettari.

Quanto all’Uganda, l’opportunità più interessante è l’introduzione da parte della Ue di un fondo di investimento con una dotazione iniziale di 15 milioni di euro, destinati a salire successivamente a 35-40, direttamente mirato a finanziare (attraverso una partecipazione al capitale con quote fino al 30%) in aziende locali di medie dimensioni, a cui sarà offerto un supporto tecnico e di consulenza nei settori tradizionali: tè, caffè, industria forestale, filiera lattiero casearia. Secondo Dejak le opportunità maggiori per le aziende italiane risiedono proprio in quest’ultima filiera con un obiettivo puntato sull’intero mercato regionale (140 milioni di consumatori) dove dominano, al momento, i prodotti sudafricani con livelli di qualità e scelta, francamente, molto limitati.

Fonte: Il Sole24ore

 
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Pubblicato da su 29 agosto 2012 in Uncategorized

 

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