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Tessuti africani: Il ruolo del Kanga

Produrre e commerciare i tessuti è stato di vitale importanza per la vita e la cultura africana per almeno 2000 anni.
I modelli, i materiali e i mezzi di produzione possono rivelare molti aspetti di un preciso momento storico. I tessuti, infatti, possono anche aiutare a tracciare i movimenti dei popoli, le migrazioni e le relazioni non solo nell’ambito del continente, ma anche con il resto del mondo.
Le stoffe, inoltre, sono anche utilizzate per sottolineare eventi significativi o per comunicare  importanti informazioni politiche o sociali.

Alla fine del 1800 una donna musulmana di Zanzibar – o forse Mombasa – cucì sei fazzoletti quadrati e stampati (lenço) in una veste modesta. Questo fu il primo Kanga, oggi indossato come un abito da milioni di donne in Africa Orientale.

Il nome significa “gallina faraona” in swahili, con riferimento ai colori sgargianti di alcune specie africane della famiglia Numididae.

Il kanga è costituito da un rettangolo di cotone stampato (circa 1 m per una larghezza variabile, da 1,25 a 1,75 m). Il disegno del kanga tradizionale è suddiviso in due parti:

  • un bordo detto pindo (in swahili: “cuciture“): suddiviso in un margine esterno (spesso nero) e una striscia interna, che può essere in tinta unita o decorata con uno sfondo comunque di colore sostanzialmente omogeneo;
  • una parte centrale detta mji (letteralmente: “città“): all’interno dello mji compare spesso una frase detta ujumbe (“frase”) o più semplicemente jina (il “nome” del kanga; pl. majina), tipicamente un proverbio o una frase benaugurale; può essere costituito da un pattern geometrico, ma sono comuni anche mji con figure di animali o altri disegni stilizzati. Per rendere il testo massimamente leggibile le lettere del jina normalmente sono tutte maiuscole.

Alcuni esempi di majina:

  • Wema hauozi — “La gentilezza non è mai sprecata”
  • Kawia ufike — “Meglio tardi che mai”
  • Riziki Ya Mtu Hupangwa Na Mungu — “La fortuna di un uomo è decisa da Dio”
  • Mimi Na Wangu Wewe Na Wako Chuki Ya Nini — “Io ho il mio e tu hai il tuo, perché litigare?”
  • Sisi Sote Abiria Dereva Ni Mungu — “In questo mondo tutti sono passeggeri, Dio è il guidatore”
  • Fimbo La Mnyonge Halina Nguvu — “I più forti hanno ragione”
  • Liya Na Tabia Yako Usilaumu Wenzako — equivalente a “Chi è causa del suo mal pianga a sé stesso”
  • Naogopa Simba Na Meno Yake, Siogopi Mtu Kwa Maneno Yake — “Temo il leone e le sue zanne, non temo l’uomo per le sue parole

Pur trattandosi di indumenti tipici dell’Africa orientale, i kanga sono spesso prodotti altrove. Nella prima metà del XX secolo la maggior parte dei kanga erano realizzati in India e in Europa e importati in Africa.

A partire dagli anni cinquanta diversi paesi africani (soprattutto Kenya e Tanzania) hanno intensificato la produzione locale. In Kenya, dopo l’indipendenza, il governo di Jomo Kenyatta incoraggiò la produzione tessile in generale (identificandola come un settore industriale strategico per lo sviluppo economico del paese) e di kanga in particolare (dato il valore simbolico di questi indumenti come rappresentativi dell’identità africana).

Verso la fine del XX secolo la produzione africana di kanga è generalmente diminuita, per una serie di motivi: la concorrenza dei produttori asiatici (soprattutto la Cina), la crisi nella produzione locale di cotone e la crescente diffusione di indumenti occidentali di seconda mano, soprattutto provenienti dagli Stati Uniti e dall’Europa.

Fonte: CafeAfrica e Wikipedia

 
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Pubblicato da su 7 agosto 2012 in Uncategorized

 

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