RSS

Archivi tag: sviluppo africa

Nigeria, nuova regina d’Africa cinema, finanza e petrolio spingono il boom economico

nigeria_boom

Il gigante dai piedi d’argilla è ancora cresciuto, anzi è quasi raddoppiato. La Nigeria si scopre prima economia africana per grandezza del suo Prodotto interno lordo, superando di gran lunga il Sudafrica, che pure è l’unico Paese del continente iscritto al club dei Brics. È un dato impressionante, che però non nasconde le fragilità del colosso africano: instabilità politica, corruzione pubblica e privata, debolezza energetica (pur trattandosi del primo produttore di petrolio continentale) e infrastrutturale. Come hanno fatto in anni recenti altri Paesi africani (ad esempio il Ghana), il governo della Nigeria ha aggiornato i parametri sulla base dei quali, ogni anno, viene calcolato il Prodotto interno lordo. L’‘anno base‘ è stato spostato dal 1990 – le statistiche ufficiali erano ancora ferme lì – al 2010. È bastata questa semplice operazione perché entrassero in linea di conto comparti economici che 25 anni fa erano praticamente inesistenti nel Paese e che oggi hanno invece dimensioni ragguardevolissime: in primo luogo il settore bancario e le telecomunicazioni. È bastata questa semplice operazione di ricalcolo perché il Pil nigeriano compisse un balzo enorme. Dai computer è uscito un totale dell’89% superiore a quello al quale si era arrivati precedentemente. Il Prodotto interno lordo è ora stimato in 509 miliardi dollari; quello sudafricano è di 354 miliardi.

Certo, i cittadini della Nigeria (169 milioni di abitanti) sono oltre tre volte più numerosi dei sudafricani (51 milioni). Ne consegue che il Pil pro capite del Sudafrica è di gran lunga superiore. Ma in valori assoluti la Nigeria scopre di non avere rivali: si classifica al primo posto continentale e al 26esimo mondiale – con ottime possibilità, valutano gli esperti, di entrare presto nella Top 20. Questa tardiva scoperta del reale Pil nigeriano ci dice due cose. In primo luogo, la forza della sua economia. Ma anche la sua cattiva governance. I parametri statistici erano infatti stati lasciati da troppo tempo in arretrato, pur trattandosi di indici d’importanza strategica per il Paese. La corretta misurazione del Pil (e della sua crescita) è un indicatore chiave per convincere gli investitori stranieri ad interessarsi a un mercato nazionale. Il risultato è talmente straordinario da aver spinto i maggiori organismi finanziari mondiali, Fondo Monetario in testa, a verificare accuratamente i nuovi dati. Ci sono voluti tre mesi, poi è arrivata la conferma. Adesso l’economia nigeriana appare molto più diversificata di quanto si pensasse. Agricoltura e petrolio continuano a fare la parte del leone (il secondo soprattutto per quanto riguarda il bilancio dello Stato, considerata l’esigua base fiscale del Paese), ma insieme scendono dal 67 per cento del totale al 36: da due terzi a un terzo del valore complessivo prodotto dalla Nigeria. Entrano alla grande le telecomunicazioni, dallo 0,8 per cento all’8,6, e insieme ad esse altri servizi. Fa la sua comparsa l’industria cinematografica, da diversi anni un settore di successo ma inesistente nel lontano 1990.

Certo ‘Nollywood’, come viene chiamata, è una piccola quota del totale, appena l’1,4 per cento, ma giova a dare un’idea dell’intraprendenza che anima la società nigeriana. La cifra record del Pil nigeriano comporta tuttavia conseguenze non tutte positive. Come scrive il Financial Times, «la grandezza dell’economia è importante per l’orgoglio nazionale, ma quello che gli investitori ammirano è la crescita», misurata in aumento percentuale. Attualmente, l’aumento del Pil nigeriano è stimato intorno al 6,8 per cento; ma la nuova cifra assoluta, così accresciuta, comporterà necessariamente un ridimensionamento del valore percentuale. (Viceversa, il debito pubblico appare relativamente più piccolo: scende dal 19 all’11 per cento del totale, il che dovrebbe rendere più accessibili i prestiti sul mercato internazionale). Tanto più se l’imponente dimensione del prodotto nigeriano continua ad apparire ad ana-listi, agenzie di rating, gestori di fondi d’investimento ed esperti di risk management, ancora molto incline a squilibri e disfunzioni. Il dato più allarmante è la debolezza dello Stato. Standard & Poor’s ha recentemente abbassato il rating della Nigeria, dopo che sono stati denunciati enormi ammanchi nella rendita petrolifera. La Banca Mondiale sottolinea la persistenza, nella popolazione nigeriana, di milioni di persone che sopravvivono in uno stato di «povertà estrema». Il governo federale non riesce a riportare ordine e sicurezza nel nord-est del Paese, dove da anni è in corso l’offensiva terroristica della milizia islamica Boko Haram. E anche in quelle regioni dove la quiete pubblica non è in discussione, la rete stradale, il sistema scolastico, l’elettrificazione languono a livelli indegni di un Paese che ambisca a un vero sviluppo. Le elezioni politiche dell’anno prossimo aggiungono ulteriore incertezza al quadro generale. Tuttavia gli esperti interpellati dal Financial Times affermano concordi che il nuovo dato sul Pil nigeriano avrà comunque un effetto psicologico positivo. «Storicamente, chi voleva investire nel continente si è sempre orientato verso il Sudafrica », dice per esempio Roelof Horne della Investec Asset Management.

«Adesso altre regioni stanno facendo sentire sempre più il richiamo della loro economia». È insomma più difficile che si ripeta l’errore compiuto meno di quindici anni fa dai maggiori operatori mondiali della telefonia mobile. Era il 2001 e la Nigeria aprì il suo mercato al miglior offerente, ma i colossi si tennero in disparte. Troppo rischioso, fu la loro valutazione, per un mercato tutto sommato relativamente piccolo. Gli utenti potenziali, stimarono, non erano più di dieci milioni. Lasciarono il campo agli operatori africani e quella quota fu raggiunta in poche settimane. Adesso siamo nel 2014 e ad avere in tasca un telefonino sono circa 110 milioni di nigeriani: il più grande mercato dell’Africa. L’attrice Rita Dominic, vincitrice dell’ultima edizione dei Nollywood Movies Award, la versione nigeriana degli Oscar che si svolge a Lagos.

Fonte: Repubblica.it

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 14 aprile 2014 in Uncategorized

 

Tag: , , ,

Le Silicon Valley “nere” che tengono in Africa le ricchezze

Silicon Valley_africa

Ci sarà il grattacielo più alto d’Africa, almeno finché qualcun altro ne metterà in cantiere uno ancora più lungo: 270 metri (l’Empire State Building a New York è di 391). Ci lavoreranno 50mila persone, ve ne abiteranno altre 25mila e costerà 8 miliardi di euro.

Si chiama Hope City, la Città della Speranza, e il Ghana conta di farla nascere in tre anni in una zona – oggi vuota – alla periferia della capitale Accra per attirare l’industria dell’information technology dell’Africa Occidentale.

L’ennesima Silicon Valley annunciata in qualche parte del mondo. Perché non c’è nazione che, appena registra un minimo di benessere per una parte della popolazione – l’ineffabile “classe media” –, non sogni di replicare quel mix di creatività, ipermodernità e ricchezza che la culla dell’high tech californiana giustamente incarna nell’immaginario planetario.

In Ghana i soldi ce li mettono i privati, poche settimane fa anche il Kenya aveva posto la prima pietra – con gran squilli di trombe – di una Silicon: Konza, a 37 chilometri da Nairobi (12 miliardi di euro e 20 anni di lavoro). Ce la faranno?

O diventerà piuttosto, in poco tempo, una Ghost City, una città fantasma? Un vantaggio, comunque, c’è: gli alti introiti dalle commodities di questi anni metteranno le fondamenta in Africa, piuttosto che sparire in mille rivoli paradisiaci (di tasse, s’intende), e le basi per creare lavoro vero e ad alta tecnologia. Se si chiama “Speranza” un motivo reale c’è.

Fonte: Corriere.it

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 19 marzo 2013 in Uncategorized

 

Tag: ,

Metropoli e giovani spingono i consumi della nuova Africa

Al dettaglio o all’ingrosso, chi vuole vendere in Africa deve sapersi focalizzare. Serve un approccio “regionale” o per aree omogenee, che esclude la possibilità di aggredire con un solo modello di business un intero continente. La rivoluzione del consumo di massa, in Africa, scalda i motori, le città galoppano e i giovani vogliono marchi di successo. Dieci Paesi (su 53) consolidano i fondamentali e hanno trainato nel 2011 l’81% dei consumi privati del continente. Anche se povertà e disoccupazione delle “periferie” restano piaghe superiori rispetto a quelle di India e Cina.

In uno dei primi studi di questo genere, il McKinsey Africa Consumer Insights Center ha condotto, tra il 2011 ed il 2012, un sondaggio su 13mila persone in 15 metropoli di 10 dei 54 Paesi del continente africano. Nel 2011, i dieci Paesi presi in considerazione (Algeria, Angola, Egitto, Ghana, Kenya, Marocco, Nigeria, Sudafrica, Sudan, e Tunisia) rappresentavano, da soli, l’81% del consumo privato.

Del resto, come evidenzia anche il recentissimo rapporto di Ernst & Young Africa by numbers, gli investimenti esteri in Africa dal 2010 al 2011 sono cresciuti del 27%, con un aumento complessivo del valore dei progeti del 20%. E a parte i Paesi della fascia maghrebina in cui Italia, Francia e Germania restano i primi partners commerciali, tra gli emergenti subsahariani – tra cui Angola, Nigeria, Ghana e Sudafrica – sono soprattutto Usa, Cina e India gli investitori esteri più presenti.

Ma in tutto il continente, le opportunità di mercato per le aziende che producono beni di consumo sono concentrate per lo più nelle aree metropolitane di diversi Paesi piuttosto che in singoli Stati.

Dal 2000 l‘Africa è la seconda regione con la crescita più rapida a livello mondiale (dopo i Paesi emergenti dell’Asia e al pari del Medio Oriente). Il consumo privato, tra il 2000 e il 2010, è stato, nel continente, superiore a quello di India e Russia (568 miliardi di dollari). E si prevede che nell’arco di 8 anni raggiungerà i 410 miliardi, di cui 185 miliardi dedicati ai prodotti alimentari, ai beni di consumo e all’abbigliamento.

Secondo le stime Mckinsey, entro il 2020 più della metà dei nuclei familiari africani (saranno 130 milioni) potrà contare su un reddito discreto da poter spendere o risparmiare (oggi sono 85 milioni le famiglie che lo possiedono). Il 40% della popolazione già risiede nelle città (l’Africa è più urbanizzata dell’India, con un tasso del 30%, e quasi allo stesso livello della Cina, al 45 per cento). Entro il 2016, più di 500 milioni di africani vivranno in centri urbani, mentre, in base alle previsioni, saranno 65 le città con più di un milione di abitanti rispetto alle 52 del 2011. Inoltre, la popolazione africana è anche la più giovane al mondo. Con più del 50% di persone al di sotto dei 20 anni rispetto al 25% della Cina. Si informa su internet il 67% degli under 24 contro il 32% dei padri e ha un diploma di scuola superiore il 40% degli under 25 rispetto ad appena il 27% degli over 45).

Dunque, le aziende che vogliono entrare nel mercato africano, oppure espandersi localmente – spiega l’analisi di Mckinsey – si trovano di fronte alla sfida di acquisire una migliore comprensione del mercato e dei consumatori.

Gli africani sub-sahariani sono anche i più ottimisti. Il 97% dei ghanesi, ad esempio, si aspetta di diventare molto più benestante nei prossimi due anni. Per i nordafricani la percentuale crolla al 10-15% a causa dell’incertezza derivata dalle recenti rivolte politiche nella regione.

Qualità, ma accessibile. La catena di abbigliamento Gap ha annunciato l’entrata nel mercato sudafricano (come Zara un anno fa) e presto in Egitto. Wal-Mart ha acquistato una quota di maggioranza del retailer sudafricano Massmart.

Per molte aziende che operano in Africa, la pianificazione a livello nazionale e lo stanziamento delle risorse rappresenta ancora l’opzione più diffusa ma spesso inefficiente. «Creando dei profili dettagliati delle opportunità più promettenti a livello urbano – ha spiegato Bill Russo, uno degli autori del report Mckinsey – le aziende potrebbero invece fissare dei target per i loro investimenti in modo più efficace».

Fonte: Il Sole 24 ore

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 15 novembre 2012 in Uncategorized

 

Tag: , , ,

Africa, la crescita boom che non serve. “Alla gente arrivano solo le briciole”

Se si guardano i dati economici recenti di molti paesi africani il rischio è quello di restare abbagliati e non riuscire più a scorgere quello che rimane nell’ombra: terribili contraddizioni di un continente tanto bello quanto feroce. Le ultime indicazioni riguardano CamerunCiadGabonGuinea EquatorialeRepubblica del Congo e Repubblica Centroafricana, sei nazioni riunite nella Comunità monetaria dell’Africa Centrale che secondo la comune banca centrale cresceranno quest’anno complessivamente del 5,7%, in accelerazione rispetto al +5,1% del 2011. Ultimo tassello di un puzzle che disegna un’area del globo in piena salute, almeno in apparenza.

Il Fondo Monetario Internazionale calcola che nel 2012 l’Africa a Sud del Sahara registrerà un incremento del prodotto interno lordo vicino al 6% ed riuscirà ad attrarre investimenti esteri per 90 miliardi di dollari. In questo scenario spiccano paesi come la Nigeria, che con un tasso di crescita dell’8% e un rapporto debito/pil al 36% si avvia a superare il Sud Africa nel ruolo di prima economia del continente. Oppure il Ghana dove il Pil marcia a ritmi vicini al 9% annuo grazie a un forte sviluppo dell’industria locale dei servizi informatici, una sorta di piccola India africana. Persino il Ruanda, tristemente noto soprattutto per i terribili genocidi degli anni Novanta e fino a non molto tempo fa tra i paesi più poveri al mondo, scala posizioni su posizioni nella classifica globale della ricchezza. Altri Paesi reduci da conflitti civili come Costa D’Avorio e Kenyagaloppano a loro volta a ritmi di crescita vicini al 6% l’anno.

L’Economist ha recentemente stilato una classifica degli Stati che dovrebbero registrare la crescita più sostenuta tra il 2011 e il 2015. Sette su dieci sono africani con Etiopia e Mozambico(rispettivamente + 8,1 e + 7,7% annuo) a tirare la volata del Continente Nero preceduti solo da Cina ed India. Si iniziano così ad osservare fenomeni inimmaginabili fino a qualche anno fa impossibili come l’inizio di un’ondata migratoria di lavoratori altamente qualificati che si spostano dalla tormentata Europa ai paesi africani più dinamici. Le ragioni di questa primavera economica africana sono molteplici. Le alte quotazioni delle materie prime, petrolio in primis, garantiscono alti introiti ai paesi esportatori oltre che alle compagnie occidentali concessionarie.

India, Brasile e soprattutto Cina stanno rafforzando la loro presenza nel continente, non solo acquistando prodotti ma spesso investendo direttamente sul posto. L’export africano verso i “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) ha così ormai soppiantato in larga parte quello verso l’Europa precipitato dal 40 al 20% del totale e di questi tempi essere meno dipendenti dal Vecchio Continente non può essere che un bene. Alcuni analisti inseriscono tra le cause del boom economico anche l’urbanizzazione che sta interessando molte aree dell’Africa e che viene accompagnato dallo sviluppo di reti di servizi ed infrastrutture. Processo che spiega, ad esempio, il forte progresso della telefonia mobile ormai arrivata a 700 milioni di utenti su una popolazione di circa un miliardo di persone.

Dietro il velo delle cifre scintillanti continua però spesso a celarsi una realtà di tutt’altro tenore. Dove la crescita economica non porta progresso, le popolazioni restano drammaticamente povere mentre le terre vengono spremute senza curarsi del domani. E’ ad esempio estremamente scettico sui reali progressi compiuti dal continente Raffaele Masto, giornalista, autore di diversi libri sul tema (da ultimo “Buongiorno Africa. Tra capitali cinesi e nuova società civile” edito da Bruno Mondadori) e autore del blog buongiornoafrica.it. “Non ci sono reali benefici per le popolazioni – spiega Masto – i vantaggi e i proventi della crescita economica riguardano solo elite politiche onnivore che in Africa continuano a spadroneggiare, anche grazie al sostegno delle grandi potenze. Quando la crescita è imponente qualche briciola arriva anche alla gente comune ma si tratta appunto di briciole”. Si costruiscono stadi, palazzi, simboli del potere insomma ma le baraccopoli restano baraccopoli e le popolazioni soffrono come e quanto prima. Esempio emblematico di questa situazione è quello della vendita delle terre a paesi non africani che le usano poi per coltivare prodotti destinati solo ad essere esportati mentre le popolazioni locali continuano a soffrire la fame. “E’ ovvio che se si vendono le terre l’economia, almeno nell’immediato, fa un balzo in avanti, aggiunge Masto, ma la realtà è che si continua a considerare l’Africa un semplice serbatoio di materie prime e mano d’opera a basso costo e non come un potenziale mercato”. Di fatto e come è già accaduto molte volte in passato le risorse dell’Africa stanno insomma finanziando il futuro asseto geopolitico del sistema mondo senza che reali e duraturi benefici per il continente. Più o meno sulla stessa linea Alessio Fabbiano dell’Università Cattolica di Milano che spiega “C’è crescita ma non sviluppo e c’è una cattiva distribuzione delle risorse che rimangono in grandissima parte nella parte alta e già benestante della popolazione”. E’ vero che qualcosa si muove, la classe media si sta lentamente ingrossando ma è un processo limitato e molto al di sotto di quelle che sarebbero le potenzialità del paese. Non manca qualche esempio virtuoso, spiega Fabbiano, come alcuni investimenti nelle energie rinnovabili realizzati in Uganda o in Ruanda ma la quota di introiti ottenuti dalle esportazioni di materie prime che viene reinvestita in progetti utili per le popolazioni locali rimane davvero minima.

Fonte:Il Fatto Quotidiano

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 1 agosto 2012 in Uncategorized

 

Tag: ,

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: