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Sierra Leone, il riformatorio di Freetown

27 Lug

Nella prigione della capitale sono reclusi bambini anche di 10-11 anni presi dalla strada. Vivono ammassati in grandi stanzoni, dove regna il potere delle gang.

Con loro lavora da alcuni anni il dottor Ravera, primario di Psicologia clinica a Imperia. Sport, scuola, controlli medici, reinserimento sociale e, dove possibile, familiare, gli obiettivi del suo programma.

Dai colloqui psicologici («le sedute coincidono con il racconto della loro vita»), agli interventi di piccola chirurgia («mettiamo anche i punti di sutura quando si picchiano») e alla contabilità («oltre alle pene, ci sono multe salatissime da pagare»): il dottor Roberto Ravera, primario di Psicologia clinica dell’Asl di Imperia, da tre anni si occupa, con la sua équipe, dei detenuti del carcere minorile di Freetown, capitale della Sierra Leone.

La sua attività qui ha avuto inizio con l’incontro, nel 2007, con padre Giuseppe Berton, fondatore della onlus per il recupero dei bambini soldato, chiamata Family Home Movement (Fhm) (vedi: www.fhmitalia.it).

A dieci anni dalla fine della guerra civile, come vivono questi minori sbandati? Si è posto questa domanda il dottor Ravera, il quale, dopo aver diretto un centro per la ricerca e la cura degli aspetti neurofisiologici del trauma, adesso si sta prendendo cura di chi, ancora una volta, è capitato dalla parte sbagliata: i reclusi della Juvenile Prison.

«La maggior parte di loro è stata presa in strada con una retata casuale. Molti sono ragazzini di 10-11 anni che aspettano mesi per un processo, sulla base di prove irrisorie, spesso senza aver mai incontrato un avvocato», racconta. Quando ha messo la prima volta piede in questo enorme stanzone, si è trovato davanti gli sguardi di 80 ragazzini e uno scenario desolante: le pareti annerite dal fumo e coperte dalle scritte delle gang; letti in cemento; niente bagni, ma solo dei secchi in fondo alla camerata, e «alcuni ragazzi completamente nudi».

La presa in consegna del riformatorio, in tandem con gli sforzi del direttore, il reverendo Showers, fin qui ha significato la ritinteggiatura del casermone, la costruzione dei bagni, il rifornimento di cibo e vestiti («spesso li tengono nascosti per non rovinarli e continuano a mettersi i loro abiti sporchi»), oltre alla istituzione di percorsi di riabilitazione con la concessione della semilibertà, ossia la possibilità di uscire in prova dal carcere o di frequentare una scuola, per poi tornarvi nel pomeriggio.

«Gli occhi di Foday – racconta il medico – luccicano solo quando gli chiedo della nonna. Non ha conosciuto i suoi genitori. Ma le botte dello zio, che si prese cura di lui dopo la morte della nonna, quelle se le ricorda bene. Ha 12 anni e sembra già un vecchio».

David, stessa età, è in carcere per rissa e per aver ferito un coetaneo. L’hanno condannato a 5 anni. La sua paura è di finire a Pademba, il carcere dei grandi, dove vivono più di 1.000 detenuti in un istituto che dovrebbe contenerne 300.

Gli ospiti del riformatorio di Freetown sono ragazzi disperati e disincantati, privi di un normale tessuto affettivo che li possa proteggere dal mondo degli adulti. Sono vittime che rischiano di diventare carnefici. Secondo una dinamica psicologica abituale per chi nella guerra c’è nato. I segni del massacro civile durato undici anni sono, infatti, sui muri, sulla pelle (cicatrici impresse da rudimentali lame incandescenti), ma soprattutto nella psiche delle nuove generazioni. Cancellare i segni di guerra dal muro è stata, non a caso, la prima iniziativa proposta ai detenuti dagli assistenti sociali. «Abbiamo chiesto di rendere quel posto una free zone, un luogo di recupero e non un fronte di guerra. Ma non potevamo imporre questa scelta: sarebbe stata controproducente. Perciò abbiamo avviato trattative con i leader delle gang presenti nel riformatorio, perché ciò avvenisse con il loro accordo. Solo dopo abbiamo cominciato a verniciare».

Un’esperienza preziosa che racconta come il “passo in avanti” nella ricostruzione di un paese dilaniato dall’ingiustizia economica e sociale non possa prescindere dalla dignità di ogni singolo uomo, detenuti minori compresi.

Fonte: Nigrizia giugno 2012

 
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Pubblicato da su 27 luglio 2012 in Uncategorized

 

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