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Se in Africa giovani e donne si ribellano ai militari

Nella girandola di golpe e contro golpe che scandisce la storia di molti Paesi africani, la tenace e coraggiosa resistenza del popolo del Burkina Faso alla prepotenza dei militari fedeli all’ex dittatore Compaoré mostra l’esistenza di una società civile matura non comune nel cuore dell’Africa subsahariana; di solito considerata fonte di materie prime o di problemi.

Non che il continente sia del tutto estraneo alle mobilitazioni di massa: dallo sciopero del sesso delle donne in Togo per rovesciare il presidente ai presidi degli «indignados» nigeriani contro l’abolizione dei sussidi per i carburanti nel 2012 o le manifestazioni dello scorso anno per le studentesse di Chibok rapite da Boko Haram. Ma affrontare le pallottole della Guardia presidenziale a mani nude (o al massimo con bastoni e fionde) come stanno facendo da giorni migliaia di giovani nell’ex colonia francese, senza piegarsi e riuscire (quasi) a spuntarla, rappresenta un caso esemplare.

Alla protesta contro il golpe che ha tentato di bloccare la transizione democratica del Paese, si sono unite anche molte «mamme» (come vengono chiamate nelle foto su Facebook), scese in strada con pentoloni, mattarelli e scope. Quelle scope già protagoniste della rivolta che un anno fa ha spazzato via Compaoré e il tentativo di prolungare i suoi 27 anni di potere. Fu ribattezzata «primavera nera» la vittoria del «balai citoyen» (scopa cittadina), il movimento civico che si richiama a Thomas Sankara, il «Che Guevara africano», e alle sue giornate di pulizia collettiva. Se l’anno scorso la «ramazzata» si era concentrata nella capitale, Ouagadougou, questa volta si è diffusa anche nelle altre città. La proposta di mediazione messa a punto dall’Ecowas prevede il ritorno del presidente Kafando, elezioni a novembre ma anche il ritorno degli esponenti dell’ex regime tra i candidati. Una vittoria a metà. Ma pur sempre una vittoria.

Fonte: Alessandra Muglia – Corriere della sera

 
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Pubblicato da su 22 settembre 2015 in Uncategorized

 

Dipingo a Firenze la mia Africa

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L’arte di Prince Adetomiwa Gbadebo per il progetto che dà voce a un popolo che ha molto da raccontare

Raramente dipinge un solo quadro alla volta: quasi sempre Prince Adetomiwa Gbadebo lavora a due opere contemporaneamente. Perché «insieme si compensano, sono in equilibrio tra loro», spiega mostrando due grandi tele affiancate, una colorata l’altra dai toni più cupi, una che rappresenta il «pubblico» l’altra il «privato». Entrambe però raccontano l’Africa e la Nigeria, il suo paese di origine . L’artista nigeriano, vive e lavora attualmente negli Stati Uniti ma in questi giorni è a Firenze, per il progetto A-FREE-CA, ideato dall’architetto Eusebio De Cristofaro e promosso dalla Florence Gospel Choir School di Firenze, per scoprire l’arte e la cultura africana e afro americana dalla musica alla pittura, dalla fotografia al cinema fino alla scrittura.

L’atelier e il Florence Gospel Choir

Prince Gbadebo a Firenze lavora in un insolito atelier: il cortile dello spazio Ub in via dei Conti. Qui è possibile vederlo all’opera ogni giorno, tra colori e pennelli. Poi il 29 giugno le sue tele nate a Firenze ma con il pensiero all’Africa saranno presentate alla Chiesa Metodista in via de’ Benci, con l’accompagnamento musicale dal vivo di cantanti e musicisti gospel, diretti dal maestro Nehemiah H Brown, pastore e direttore della Florence Gospel Choir School. «La musica accompagna le immagini e le parole, questo è l’Africa» spiega Brown.

Non solo tappa di migranti

Il progetto A-FREE-CA è nato quasi 20 anni fa Firenze per creare un punto di riferimento nella città del Rinascimento, a metà strada tra l’Africa e l’America, dell’arte contemporanea afroamericana. «Volevamo che l’Italia non fosse solo la tappa dei viaggi dei migranti, ma anche un luogo dove dare respiro a un popolo che ha molto da raccontare» spiega De Cristofaro. Nasce così l’idea della residenza artistica: ad aprile è stata ospite la scrittrice Brenda Brown Grooms, ora la volta di Prince Gbadebo, in autunno arriveranno altri artisti.

Simboli, parole e colori

Nel cortile-atelier, Prince Gbadebo lavora alle sue due opere, in continua evoluzione. «Ho un’idea iniziale ma poi mentre dipingo cambiano», racconta. «Nella vita ho fatto tante trasformazioni e si vede anche nella mia arte, evolversi è l’unico modo per abbracciare il cambiamento». Sulle tele c’è la sua Africa, simboli, parole, colori che ricordano questa terra: la scritta Ifa, spirito divino della tradizione della tribu Yoruba, che «rappresenta l’unione di mente, corpo e anima», la bocca, diventata ormai un tratto distintivo, «il punto da cui proviene l’informazione e da cui si comunica all’esterno», il cerchio, «l’equilibrio, il gancio tra anima corpo».

Legame tra mondi

Prince Gbadebo, nato in Nigeria, si è trasferito a tre anni in Inghilterra per poi tornare da ragazzo in Africa. Da giovane ha iniziato a disegnare su opere altrui, poi ha cominciato a crearne di proprie. La pittura è arrivata in seguito. Al collo porta una collana africana con i segni che i genitori facevano sul viso ai figli quando venivano portati via come schiavi per ricordare loro la tribu da cui provenivano: l’ha fatta lui con un ramo recuperato in un fiume in Minnesota, dove oggi vive. È un legame tra due mondi, l’Africa e gli Usa, le origini e il futuro. Che si incrociano a Firenze.

Fonte: CorriereFiorentino.it

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2015 in Uncategorized

 

La stanza di Anton

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Ne è passato di tempo da quando le donne desideravano una stanza tutta per sé, per dedicarsi a se stesse e alla conoscenza del mondo.

La stanza desiderata, inesplorata, è quella di Anton, un colonnello inglese ritratto nel forzato riposo nella sua casa di Richmond, a Londra, dopo aver assistito e partecipato all’inizio di una delle più sanguinose guerre civili della storia dell’indipendenza africana:
quella del generale Amin Dada in Uganda. Un’esperienza che segnerà la sua vita e quella delle sue donne, Margherita, la premurosa moglie e di sua cugina Marta.

Sarà Marta a svelare i segreti che questa stanza cela, in una prospettiva tutta femminile della Storia e del viaggio. Valicherà i confini della stanza di Anton, cedendo il passo all’esplorazione e alla sua inquieta ricerca di esperienza. Marta intraprende il percorso inverso dei grandi flussi migratori, in un viaggio visionario dentro il cuore dell’Africa, che vuole dare voce ai canti e all’esperienza “invisibile” delle donne, di ogni tempo e di ogni luogo. Il significato del suo viaggiare rende giustizia al significato delle migrazioni femminili che sono state per lungo tempo ignorate dalle statistiche e dai numeri.

Clarissa De Rossi da anni lavora nel campo della cooperazione internazionale, collaborando con diverse ONG italiane nell’ambito di progetti di sviluppo in Africa. Ha conseguito il premio “Paola Biocca” per il reportage, indetto dall’Associazione per il Premio Italo Calvino.

www.maildafrica.com

Il libro è disponibile in versione cartacea e digitale su Feltrinelli.it

 
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Pubblicato da su 15 giugno 2015 in Uncategorized

 

La maglia di Pogba autografata per Four For Africa

In asta per beneficenza la maglia n°6 ufficiale della Juventus FC di Paul Pogba (stagione 2013/14), autografata personalmente dal giocatore. La divisa (modello Authentic) presenta la patch speciale della Serie A.  La maglia è stata donata direttamente difensore bianconero e della Nazionale, Giorgio Chiellini,

Segui l’asta su Etwoo

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L’intero ricavato verrà devoluto a Four For Africa onlus per le le attività e i progetti 2015.

L’asta, partita oggi, resterà aperta fino a venerdì 5 giugno 2015 alle ore 22.00. Questo il link per accedere al portale di Etwoo – Il portale italiano delle aste di beneficenza: http://www.etwoo.it/

Un ringraziamento particolare a Etwoo

per la solidarietà e il supporto a Four For Africa

 
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Pubblicato da su 29 maggio 2015 in Uncategorized

 

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La maglia di Pirlo autografata per Four For Africa

In asta per beneficenza la maglia n°21 ufficiale della Juventus di Andrea Pirlo (stagione 2014/15), autografata personalmente dal giocatore. La divisa (modello Authentic) presenta la patch speciale della Serie A. La maglia è stata donata direttamente difensore bianconero e della Nazionale, Giorgio Chiellini,

Segui l’asta su Etwoo

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L’intero ricavato verrà devoluto a Four For Africa onlus per le le attività e i progetti 2015.

L’asta, partita da lunedì 18 maggio, resterà aperta fino al 28 maggio 2015 alle ore 22.00. Questo il link per accedere al portale di Etwoo – Il portale italiano delle aste di beneficenza: http://www.etwoo.it/

Un ringraziamento particolare a Etwoo

per la solidarietà e il supporto a Four For Africa

 
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Pubblicato da su 19 maggio 2015 in Uncategorized

 

L’Africa e il caso del Burundi

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Quando sentiamo nominare il Burundi vengono in mente i tutsi e gli hutu. Come accade nel vicino Ruanda, infatti, queste due etnie formano la popolazione del paese, dove è appena fallito un colpo di stato preceduto da due settimane di imponenti manifestazioni nella capitale Bujumbura.

L’associazione di pensiero è tanto più giustificata se consideriamo che la storia del Burundi, fin dall’indipendenza del 1962, è stata segnata da uno scontro permanente e sanguinoso tra i tutsi (che rappresentano il 15 per cento della popolazione) e gli hutu (85 per cento). Tuttavia, almeno per il momento, la separazione etnica non è alla base dei problemi del paese.

La tensione in Burundi nasce infatti dalla volontà del presidente Pierre Nkurunziza di provare a ottenere un terzo mandato alle elezioni del prossimo 26 giugno approfittando di un’ambiguità della costituzione, secondo la quale il capo di stato può essere eletto a suffragio universale per un massimo di due mandati consecutivi. Ad affidare il primo incarico a Nkurunziza è stato però il parlamento, dunque il presidente in carica sostiene di avere il diritto di presentarsi alle elezioni. Tuttavia, questa violazione palese dello spirito della costituzione non piace a tutto il partito di Nkurunziza (attualmente spaccato sulla questione) né tanto meno alla popolazione, che lo accusa di aspirare alla presidenza a vita e di voler installare il suo clan al vertice dello stato.

Il malcontento è giustificato anche dal fatto che il Burundi è da poco uscito da un decennio di guerra civile a cui hanno messo fine gli accordi di Arusha e l’adozione, cinque anni più tardi (2005), di una costituzione che garantisce una rappresentanza alla minoranza tutsi nelle più alte cariche pubbliche e soprattutto nell’esercito. In questo modo il Burundi si è stabilizzato e ha voltato pagina superando sostanzialmente il conflitto etnico.

Il paese si è normalizzato e ha ricominciato a sperare, ed è per questo che le manifestazioni di Bujumbura non hanno incarnato uno scontro tra tutsi e hutu quanto piuttosto la ribellione di tutte le classi sociali (sia tutsi sia hutu) che vogliono difendere quello stato di diritto in nome del quale il generale Nyombare, fino a poco tempo fa molto vicino a Nkurunziza, ha messo in atto il suo colpo di stato, acclamato dai manifestanti che pregustavano la vittoria.

In questo senso gli ultimi eventi posso essere letti non come un tragico ritorno indietro ma come un’affermazione della società civile, della sua aspirazione alla democrazia e del sostegno dell’esercito allo stato di diritto. Dopo il Niger nel 2010 e il Burkina Faso lo scorso inverno, è la terza volta che in Africa la volontà di un presidente di restare illegittimamente al potere si scontra con la resistenza della popolazione e di una parte dell’esercito. In Burundi, però, questa resistenza è stata finora vana.

L’esercito è infatti diviso tra golpisti democratici, partigiani del presidente e nemici di ogni forma di legalità, come il capo di stato maggiore. Il timore di una deriva verso la guerra civile è tale che i paesi africani e occidentali hanno condannato energicamente il colpo di stato tanto quanto il tentativo di manipolare la costituzione da parte del presidente eletto. Passo dopo passo, però, la democrazia sta avanzando in Africa, anche se molti paesi (Burundi compreso) sono ancora in piena fase di transizione.

Fonte: Internazionale.it

 
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Pubblicato da su 15 maggio 2015 in Uncategorized

 

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L’Africa e i suoi storyteller: i media e i social del continente

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“Until the lion has his or her own storyteller, the hunter will always have the best part of the story.”

È un vecchio proverbio africano, che motiva assai bene il cambio epocale nel settore della informazione e dei mass media nel continente.

Non c’è bisogno di scomodare Al Jazeera — che pure ha sdoganato certe aree del mondo dimenticate o coperte male dall’informazione mainstream.

Da tempo l’Africa ha i suoi storyteller che raccontano assai meglio di molti media occidentali cosa accade nel continente, perché non seguono i metodi di un giornalismo che, affidandosi spesso a helicopter-journalist, giornalisti inviati dalle loro testate per un tempo brevissimo, ha reso l’informazione sull’Africa approssimativa, appiattita, spesso scorretta.

Tra questi storyteller ci sono una serie di start-up come Talking Heads, Quartz Africa che debutterà a giugno, o Voices of Africa con un suo già vastissimo pubblico. Che ci si soffermi sulla cultura africana — quella contemporanea — o sulla finanza e l’impresa o, ancora, sulla vita di quotidiana nei singoli Paesi, lo scopo è lo stesso: parlare di eventi, situazioni e storie che è praticamente impossibile trovare sui mainstream occidentali. E farlo inside the countries, grazie a giornalisti, scrittori, videomaker o fotografi africani o che vivono in Africa.

Di testate dirette da africani e con una redazione di corrispondenti in loco ce ne sono tante e grazie a Internet la loro diffusione va oggi ben oltre i numeri della carta stampata. Alcune hanno alle spalle grossi investimenti e fanno parte di gruppi editoriali in espansione. Dall’area dell’Africa occidentaleThe Africa Report, per esempio, del Gruppo Jeune Afrique – che ha cominciato ad operare dal 1960– ha ricevuto una serie di premi di giornalismo e vanta uno staff di talento pari — se non superiore — a quello delle migliori testate internazionali. Dall’area dell’Africa orientale, invece, The Vision Groupha iniziato a operare nel 1986, e conta ora 9 testate cartacee e online, a cui si aggiungono canali radio e televisivi.

Ma tanti sono anche i giornali sotto forma di blog che ogni giorno parlano — con acume e accuratezza — dell’altra Africa. Basti pensare a Africa is a country, ironico e rivoluzionario, che ogni giorno sfida e destabilizza i luoghi comuni sul continente.

A parte i numerosi blog, tutte le testate ormai sono anche online e il numero dei giornalisti africani, ma anche di giovani, studenti e professionisti che usano i social, è aumentato in modo considerevole.Una ricerca di Portland Communications ha recentemente illustrato la presenza africana su Twitter,segnalando tra le città più attive Johannesburg, Nairobi e Accra.

Fonte: Vociglobali.it

 
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Pubblicato da su 29 aprile 2015 in Uncategorized

 

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L’Africa sui media occidentali, luoghi comuni e approssimazioni

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Stereotipi, criminalità, corruzione, povertà, malattie, guerre. È possibile che oltre un miliardo di persone in 54 Paesi, che parlano più di 2 mila lingue vivano costantemente nel caos?“. È con questa provocazione che – qualche tempo fa – è partito il progetto Talking Heads che mira a superare tali concetti generici (e pregiudizi) sull’Africa, per mostrarne invece la ricchezza di idee, contributi all’innovazione, eventi e realtà multiformi. Ricchezza oscurata da una percezione comune, alimentata dai soliti media e dalle solite news. Untentativo di mostrare l’altra Africa, quella non descritta, non raccontata, non sparata sui titoloni dei giornali forse perché troppo diversa – appunto – da quello a cui siamo stati abituati a pensare del continente.

Talking Heads è solo un esempio che dimostra la volontà e il desiderio di portare il continente alla ribalta attraverso storie diverse. Nasce dall’idea di Africa Centre, progetto panafricano, allo stesso tempo “entità fisica e viaggio filosofico che esplora come la pratica della cultura panafricana possa rappresentare un catalizzatore del cambiamento sociale“. L’idea, in sostanza, è quella di recuperare spazi reali e immaginari, riempiendoli delle voci, del fare e del pensare degli africani. Da Internet – con il progetto WikiAfrica a festival artistici – come Infecting the City. Dalla poesia – con Badilisha Poetry X-Change alla discussione sulle dinamiche e gli effetti dell’urbanizzazione del continente – con Everyday Urbanism.

Progetti ancora un po’ isolati e che trovano le loro sedi in luoghi del continente – in primis Sud Africa o Kenya – con un avanzato accesso a Internet e una certa abitudine alla multiculturalità. Si tratta di vere e proprie start-up online che comunque parlano un linguaggio concreto ed il fine è sempre quello: consentire agli africani di parlare d’Africa e convincere che c’è anche altro di cui raccontare da questa parte del mondo.

E la stampa? Ecco, il nodo cruciale rimane ancora quello, come educare editori e giornalisti affinché si impegnino a eliminare un modo stereotipato di presentare il continente ai lettori.

Ci proverà Quartz per il quale l’Africa rappresenta un mercato di grande interesse per investitori e imprese. A loro, ma anche a lettori più attenti di quelli interessati solo a coperture estemporanee, si rivolgerà Quartz Africa, la cui apertura è in programma il prossimo giugno. Iniziativa interessante, ma per cambiare il modo di fare giornalismo sull’Africa ci vuole tempo. E volontà.

La settimana scorsa 200 intellettuali, giornalisti, ricercatori, professori universitari, hanno sottoscritto e inviato una lettera a Jeff Fager, produttore esecutivo della trasmissione  60 Minutes in onda sulla CBS. Nel documento si lamenta “lo stile anacronistico delle coperture sull’Africa, che riproducono molte delle peggiori abitudini del moderno giornalismo americano nel trattare le questioni del continente“. Secondo i firmatari della lettera, nei documentari prodotti per la CBS – in particolare uno sulla salvaguardia della fauna locale e l’altro sull’ebola – gli africani sono stati lasciati in disparte, senza voce, in pratica invisibili.

A sottoscrivere la lettera di denuncia anche lo scrittore keniano Binyavanga Wainaina, il cui ‘manifesto’ su Come scrivere d’Africa, rimane sempre valido. Comincia così: Nel titolo, usate sempre le parole “Africa”, “nero, safari. Nel sottotitolo, inserite termini comeZanzibar, masai, zulu, zambesi, Congo, Nilo, grande, cielo, ombra,tamburi, sole o antico passato. Altre parole utili sono guerriglia, senza tempo,primordiale e tribale. Un testo di divertente e consapevole ironia che non risparmia nessuna delle consuete e artefatte rappresentazioni del continente.

Il “metodo acquisito” nell’approccio agli eventi che riguardano il continente continua però incontrastato nella maggior parte dei casi. Uno dei fattori è determinato dal numero esiguo di corrispondenti presenti nei Paesi africani. Quando va bene un corrispondente che ha sede – ad esempio – a Nairobi, si troverà a scrivere di eventi che accadono magari nella Repubblica Democratica del Congo. O un altro presente ad Accra, si troverà a dover seguire tutta l’Africa occidentale.

La cosa si fa anche più difficile quando dal giornalismo francofono e anglosassone – che mantengono per questioni geopolitiche uno sguardo più costante e attento sui fatti del continente – ci spostiamo sulle testate italiane. Qui l’Africa, più che mai, compare in modo assai discontinuo – e con toni ansiosi – solo se l’epidemia di ebola ha raggiunto livelli considerevoli o quando Boko Haram rapisce oltre 200 ragazze da una scuola o ancora quando Al Shabaab uccide 147 ragazzi in un campus universitario. Ne parla in molti casi andando dietro alla stampa estera e, spesso, riesce a rendersi davvero ridicola anche così. Come quel giornale che pubblica nientemeno che un intero articolo con il commento di Flavio Briatore sulla strage all’università keniana…

Di questi temi Voci Globali discuterà nel corso di un panel ospitato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Giornalismo – per noi – non è solo informazione, è anche opera educativa e di conoscenza. E se i giornalisti sono responsabili del modo di affrontare le notizie e i luoghi da cui provengono (o di trascurarli), anche il lettore, se non vuole rimanere passivo, dovrebbe sentire qualche dovere. Quello di cercare altre fonti, per esempio, quello di non fermarsi alle prime notizie, quello di leggere articoli provenienti da testate estere o di cercare voci alternative. E, soprattutto sul web, oggi queste esistono. Cito fra tutte Pambazuka, straordinaria fonte panafricana di cui Voci Globali traduce articoli e interventi firmati da accademici, scrittori, giornalisti africani. Che il continente lo conoscono meglio di chi lo racconta seduto al tavolino o dopo viaggi brevi da cui si torna con la presunzione di aver capito.

Un modo diverso di coprire il continente africano è possibile. E oggi il web e il mondo dei social stanno dimostrando la debolezza del “metodo acquisito“, scuotendolo – ormai – dalla radice.

Fonte: Vociglobali.it

 
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Pubblicato da su 7 aprile 2015 in Uncategorized

 

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Corsa all’oro per mezza Africa

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Era l’11 ottobre del 2012 quando, durante un’operazione delle autorità del Ghana contro i cercatori d’oro illegali, il cinese Chen Long fu ucciso in una miniera della regione centrale Ashanti. Aveva solo 16 anni e il suo iPad fu confuso per una pistola. Nell’arco di 24 ore, 101 cinesi furono inoltre imprigionati perché scavavano senza un regolare permesso di lavoro. Solo l’intervento dell’ambasciata della Cina in Ghana ne ha permesso la liberazione qualche giorno dopo. «Decine di migliaia di cinesi sono arrivati qui nel 2009 per cercare l’oro – afferma Su Zhenyu, segretario dell’associazione Miniere cinesi in Ghana -. Il primo gruppo approdato nella regione Ashanti nel 2006 era invece composto di soli dieci cinesi».

Nonostante il prezzo dell’oro si sia abbassato in questi ultimi anni, la ricerca di nuove miniere in Africa continua senza sosta. Grandi e piccole aziende aurifere internazionali stanno lanciando nuovi progetti di esplorazione e produzione del preziosissimo metallo. Non solo nei primi tre Paesi africani più importanti per l’oro – Sudafrica, Ghana e Mali – ma anche in zone promettenti, e fino ad oggi poco sfruttate, come Costa d’Avorio, Tanzania e Zimbabwe. «I primi campioni del progetto Dabakala in Costa d’Avorio hanno fornito risultati molto incoraggianti insieme all’identificazione di diverse nuove zone aurifere – ha recentemente dichiarato Bernard Aylward, a capo della Taruga Gold Ltd., una società australiana che lavora anche in Mali e Niger -. Questa progetto rappresenta una priorità grazie al governo ivoriano che propone leggi sempre più favorevoli all’industria mineraria».

Diverse aziende stanno infatti spostandosi in Costa d’Avorio, un Paese tradizionalmente inesplorato a causa dell’instabilità politica degli ultimi dieci anni. Ma circa il 35% delle rocce Birimian, le principali fonti d’oro in Africa occidentale con riserve per 170 milioni di once (Moz), è presente nel sottosuolo ivoriano. Mentre il 17% si trova in Ghana e il resto si divide soprattutto tra Guinea Conakry, Mali e Burkina Faso. «In Costa d’Avorio ci sono i depositi di 6 Moz a Yaoure gestiti dalla società Amara Mining, e quello di Tongon, con 4,4 Moz della Randgold resources – affermano gli esperti -. Mentre in Mali si trovano i preziosissimi depositi di Morila e Syama con 7 Moz ciascuno, e Sadiola con 13 Moz».

Inoltre, con la guerra iniziata in Mali nel 2013, la produzione del metallo giallo non è cambiata di molto: «Abbiamo prodotto 45.8 tonnellate d’oro nel 2014 rispetto alle 47 tonnellate dell’anno precedente – ha detto Lassana Guindo, consigliere tecnico del presso il governo maliano -. E le restrizioni adottate in Ghana, Senegal e Burkina Faso stanno dirigendo un alto flusso di cercatori d’oro verso il Mali».

Ma anche l’Africa orientale è teatro di nuovi progetti auriferi. «Saremo in grado di produrre oltre 450mila once d’oro nei prossimi 5 anni a 750 dollari per oncia – recita una nota della canadese Acacia mining Ltd., ex African Barrick gold Plc., riguardo alla miniera nel Nord Mara in Tanzania -. Ma c’è grande potenziale per un’eventuale espansione del sito minerario».

Fonte: Avvenire.it

 
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Pubblicato da su 30 marzo 2015 in Uncategorized

 

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Luci LED e fotovoltaico per illuminare l’Africa

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La Philips ha sviluppato una nuova linea di luci Led associate a pannelli fotovoltaici per illuminare le parti del mondo che ancora non sono collegate alla rete elettrica. Il 2015 è l’Anno della Luce per lo Sviluppo Sostenibile e numerosi progetti stanno cercando di rispondere con le tecnologie rinnovabili al bisogno delle popolazioni in via di sviluppo di illuminare villaggi, strade e case facendo a meno delle lampade al cherosene, pericolose per la salute e causa di moltissime morti per incendi ed incidenti.

La sede di Nairobi del colosso dell’illuminazione ha sviluppato la linea ‘in Africa-for Africa’, per lavorare o studiare dopo il tramonto in modo 100% ecosostenibile.

“Oggi circa 560 milioni di africani vivono senza elettricità. Per queste persone, la parola sera significa buio o la luce tremolante di una candela o di una lampada a cherosene. Gli svantaggi del cherosene sono molti; per la sicurezza, i rischi per la salute e gli alti costi (circa 50 dollari all’anno). La luminosità di queste lanterne è molto bassa e non garantisce la visibilità necessaria per molte semplici attività pratiche. L’uso della luce del sole per l’illuminazione  può significare una vera differenza nella vita di queste persone.” Ha dichiarato  Mary Kuria, General Manager di Philips Lighting East Africa.

Philips LifeLight Home è un sistema di due lampadari ed una porta USB per ricaricare dispositivi mobili. Le due luci Led garantiscono 40 ore di illuminazione con un valore di luminosità di 150 lumen, 10 volte più alto delle comuni lampade a cherosene. In base alle condizioni meteorologiche e all’attività da svolgere è possibile scegliere tra tre intensità di luminosità per gestire al meglio l’energia rinnovabile accumulata. L’alimentazione off grid è garantita dal pannello fotovoltaico  da 4 W collegato alle graziose lampade ed il prezzo di un kit è di circa 98 dollari.

“L’illuminazione LED è un imperativo strategico per Philips, specialmente quest’anno che è stato proclamato dall’UNESCO “Anno Internazionale della Luce”. Oggi 1,3 miliardi di persone in tutto il mondo non hanno accesso all’elettricità ed alla luce quando il Sole tramonta, in questo momento è la tecnologia a supportarle.” Ha spiegato Harry Verhaar, Head of Government and Public Affairs allaPhilips Lighting.

 

Fonte: Rinnovabili.it

 
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Pubblicato da su 24 marzo 2015 in Uncategorized

 

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